Per le interviste di GuerreStellari.Net, questa settimana abbiamo con noi Francesco Mei.
Attore e doppiatore, Francesco è la voce del primo audiolibro in italiano targato Star Wars, uscito recentemente, intitolato “Star Wars: l’Orgoglio del Padawan”.
Diffuso sulla piattaforma Audible il 29 maggio 2025, è un viaggio di 3 ore e 57 minuti alla scoperta dei segreti sul rapporto tra il Maestro Jedi Obi-Wan Kenobi e il suo Padawan Anakin Skywalker.
Ciao Francesco, è un piacere averti qui.
Ciao a tutti! Non ricordo tutti i nomi della Redazione, ma per la futura live di settembre conto di impararli. Intanto saluto tutti.
Finalmente un audiolibro Star Wars in italiano! Lo aspettavamo da sempre.
Innanzi tutto, per usare la terminologia corretta, tu sei colui che ha “letto”, “recitato”, “interpretato”… come si dice per un audiolibro?
Direi che la dicitura giusta sia interpretato. Visto che c’erano il narratore e anche i tanti personaggi, sceglierei “interpretato”.

Oltre ad aver recitato in teatro e ad aver doppiato numerosi personaggi in tantissime produzioni di cinema, televisione, animazione e videogiochi, hai anche un nutrito curriculum in merito agli audiolibri.
Come ci si avvicina a questo mondo? E come ti è capitato di finire in una produzione Star Wars?
Io ci sono arrivato in tempi recenti, più o meno negli ultimi 6 o 7 anni, perché è stato fatto il mio nome a una società terza, che lavora per audible e fa anche altre produzioni che poi vengono messe su audible, ma che produce anche autonomamente. E da lì, insomma, ne ho fatti credo una quarantina. Sono un numero discreto. Ci sono dei colleghi che ne hanno letti molti di più, chi legge meglio, chi legge peggio.
Ma, se la domanda è come ci si avvicina a questo mondo, non te lo saprei dire. Finché regge tutto questo nostro mondo della voce, dell’attore “vocale”, diciamo così, prima che venga tutto soppiantato da intelligenze artificiali o cose sintetiche, credo che il modo sia sempre lo stesso. Si fa una specie di prova, una demo dove uno prova appunto a leggere dei pezzi di un libro e poi la manda direttamente alle case editrici.
Ci sono alcune case editrici che fanno gli audiolibri autoprodotti, quindi a volte cercano lo speaker che fa un pacchetto completo e che quindi si occupa anche della post produzione. Oppure ci sono realtà come questa, con cui ho lavorato tanto, che si chiama “Good Mood” di Milano, che invece ha degli studi, alcuni esterni a cui si appoggia, altri proprio nella loro sede e oltre a ricevere delle commissioni di libri da Audible, la stessa Good Mood produce dei contenuti. E appunto, poi li propone alle varie piattaforme, Storytel, Audible ecc.
C’è anche chi fa audiolibri autonomamente, quindi penso ci siano delle produzioni più o meno grandi che poi vengono messe in commercio direttamente dai publisher stessi. Ecco, mi è capitato per esempio qualche volta di fare anche uno o due libri aziendali. Erano sul mondo, diciamo, finanziario. Ci sono vari publisher che non passano attraverso i grossi distributori, come appunto Audible o Storytel, e forniscono il servizio attraverso il loro sito.
Però l’approccio più o meno è sempre quello. Un attore speaker, o viene chiamato perché mandato da qualcuno, (ma senti questo, senti Tizio, senti, Caio che è bravo) o altrimenti bisogna mandare la demo e sperare di essere chiamati. Ci sono anche tanti siti che raccolgono voci: “vixvocal” “voci.net” “trova la voce”, che propongono uno spazio dove uno può caricare delle demo e c’è possibilità che qualcuno ti scelga da questi canali.
Come sono arrivato io all’audiolibro di Star Wars? Sempre per passaparola. L’anno scorso ci fu un provino in uno studio. Io venni proposto, credo per la mia versatilità nel riuscire a fare magari tante vocine diverse. E poi questo prodotto Star Wars è passato a un altro Studio. Non c’è stata comunicazione tra i due studi, ma forse perché negli anni la mia nomea è sempre stata quella, quindi sono stato riproposto anche a loro e, insomma, ho vinto il provino.
Nell’audiolibro “Star Wars: L’Orgoglio del Padawan”, sei la voce che legge tutto, qualsiasi sia il personaggio che appare in quel momento nella storia.
Uno dei primi passaggi, ad esempio, è un dialogo tra Kenobi e Jocasta Nu interamente interpretato da te.
Quanto è difficile essere tanto versatili da riuscire a rendere l’idea di personaggi così diversi?
Dipende un po’ da che tipo di attore sei. Per me non lo è mai stato tanto. Soprattutto in questo tipo di prodotto dove hai una grande libertà di espressione o, al pari, anche nei videogiochi. Certo, c’era la traccia originale inglese, quindi c’era già un attore che aveva fatto un lavoro prima di me però, mettendoci un po’ del mio, l’ho sempre considerata una cosa divertente.
Mentre, per esempio, per i cartoni animati io faccio un po’ più fatica a trovare le voci giuste o, comunque, mi diverto meno. In questo audiolibro mi sono tanto divertito ed è una mia personale caratteristica. Ci sono invece attori a cui piace meno dover modificare o creare la voce per tanti personaggi diversi. Alcuni hanno una qualità vocale che li aiuta molto, hanno un determinato tipo di vocalità, e altri magari no. Io che non ho una pasta vocale così pulita, ecco, mi sono sempre trovato bene nel tentare di rendere degli effetti diversi per creare dei personaggi, appunto, che fossero un po’ diversi tra loro.
Il mondo di Star Wars, pur non essendo io un profondo conoscitore, mi piace molto. E avere la possibilità di creare delle linee di dialogo diverse, anche con personaggi che si parlano tra loro, è sempre una sfida che mi intriga. Soprattutto non avendo costrizioni di personaggi esagerati tipo quelli dei cartoni animati. Ecco sì, è vero, sono alieni, sono di un’altra galassia, eppure c’è differenza tra lo stesso Obi-Wan e Anakin? Il fatto di tenere una voce normale e di alleggerirla per fare l’uno o l’altro, per me è divertente, è impegnativo ma non faticoso. E’ una cosa che mi dà gioia. Magari è un po’ difficile tecnicamente, bisogna allenarsi un po’.
Negli anni ho avuto la grande fortuna di poterlo fare lavorando, quindi sono riuscito sia ad allenarmi che a trarre comunque anche molto piacere nel farlo.
Tra doppiare un personaggio su video o doppiare un audiolibro, quanta differenza c’è? Potendo scegliere tra i due tipi di lavoro quale preferisci?
Anche qua è una bella gara. Doppiare un audiolibro o doppiare un personaggio, sono due cose molto diverse.
Faccio un esempio concreto: ho avuto la grande fortuna di fare una serie televisiva sempre per Disney, di Disney Plus in questo caso, che si chiama Shared Custody. Era alla fine dell’anno scorso e in questa serie io facevo il protagonista e casualmente mia moglie, Alice Bertocchi, faceva la protagonista femminile. Diciamo una serie tragicomica. Il lavoro del doppiaggio sicuramente è stato molto intenso, concentrato. Era una serie molto parlata, concentrata però in un periodo piuttosto ristretto.
Ecco, magari la serie televisiva dura 30 minuti, 40 minuti a puntata. Un audiolibro come questo di Star Wars dura circa quattro ore, ma mi sono capitati dei libri molto più lunghi. Anche da 20 ore.
È chiaro che lì il lavoro è completamente diverso. In video tu devi recitare su un altro attore, guardando e prendendo totalmente spunto da quello che già è stato fatto, e cercare di rendere credibile in italiano quello che sta facendo l’attore. Nell’audiolibro normalmente sei da solo, quindi è estremamente difficile, ma in un modo diverso. Il doppiaggio comunque è complicato, è difficile, e ovviamente gli attori e i doppiatori più bravi mostrano grande dimestichezza, rilassatezza.
Tutte le energie devono essere ovviamente spese per la recitazione, per rendere tutte le sfumature di una battuta il più credibile possibile, reale e fedele a quello che sta succedendo nella scena.
Nell’audiolibro no, nell’audiolibro ci sei solo tu. E questa è l’altra grande difficoltà. Non c’è nient’altro, c’è solo la tua voce per quattro ore, per 10 ore, per 12-15-20 e passa ore. Quindi secondo me la sfida è proprio quella, cioè per 20 ore ci sei solo tu.
Cosa succede a un ascoltatore dopo quattro ore che sta ascoltando sempre la tua voce?
Qui si entra nel campo della grande soggettività. Nella mia mente, quando io lavoro a un audiolibro, l’imperativo è quello di riuscire a essere il più vario possibile, perché nella mia testa credo che la cosa fondamentale sia quella: tentare di non fermarsi mai sulle stesse ritmiche e sulle stesse note. Inevitabilmente poi lo si fa, perché ovviamente lo spettro è grandissimo, ma il pensiero è quello di riuscire a variare sempre il più possibile.
Ci sono degli interpreti che invece fanno il contrario, cioè trovano uno stile che gli è congeniale, che gli costa poca fatica e lo reiterano per tutta la durata del libro.
E se uno poi va a vedere le recensioni non è che ci sia una cosa giusta o sbagliata, perché ci sono appunto interpreti che, a mio avviso, leggono malissimo che invece sono premiatissimi. Perché questo tipo di lettura molto più reiterata, più monotona, piace, è rassicurante.
Qualche volta vado a curiosare tra le recensioni e i commenti e capita che ci siano delle mie interpretazioni che non sono piaciute. Io mi sono impegnato, ho lavorato per cercare di dare massima varietà e questo non è passato, non è arrivato.
L’ascoltatore, alla fine, è quello che deve usufruire del lavoro che tu hai fatto. Per cui uno può incensarsi quanto gli pare, ma alla fine il prodotto deve piacere a chi lo ascolta.
Tanto per rendere l’idea, per arrivare ad un audiolibro di quasi 4 ore, quante ore hai passato in studio? E c’è anche una preparazione precedente?
Diciamo che c’è una specie di regola: il turno di lavoro, quindi il turno di doppiaggio, è di circa tre ore. Per fare questo audiolibro di quattro ore, sono serviti quattro o cinque turni, quindi quattro per tre: 12 ore di lavoro per farne quattro di doppiaggio. Siamo andati un po’ lenti, nel senso che un po’ c’era la difficoltà ovviamente di fare tutti i vari personaggi.
Poi la problematica di questo audiolibro in particolare è che c’era già una traccia, cioè la traccia inglese, proprio perché c’erano già montati tutti gli effetti e tutte le musiche e quindi io ho dovuto leggere l’audiolibro avendo sotto la traccia inglese e rispettando i tempi.
Tutte le tracce erano già montate in inglese. Il testo non sempre viene tradotto considerando questa cosa e quindi c’è stata qualche difficoltà in più.
Normalmente, però, su un turno di tre ore si tiene buona un’ora circa di registrato.
E ovviamente, quando poi cominci ad avere 6-7-8 personaggi diversi che magari non vedi da un pochino, puoi esserti dimenticato che voce aveva quel personaggio. Quindi c’è voluto leggermente di più anche per questa difficoltà tecnica.
Però, normalmente, queste sono più o meno le tempistiche. Nessuna preparazione, nel senso che l’audiolibro esisteva già in inglese, ma in italiano io non lo avevo, l’ho letto direttamente lì per la prima volta quando l’ho registrato.
Francesco, so che conoscevi la Saga di Star Wars anche prima di questo impegno lavorativo. Cosa hai pensato quando ti hanno chiesto di entrare nella Galassia Lontana Lontana?
Questa è facile! Quando mi hanno chiesto di entrare nella galassia lontana lontana ero stracontento, ero molto felice.
Anche perché, lo ammetto, dal provino mannaggia l’avevo detto a tutti: “Questo lo devo fare io, almeno il primo!”
Sono stato fortunato, il provino era andato molto bene e poi insomma, Star Wars era tutto nella mia testa anche se, ripeto, non sono un profondissimo conoscitore.
Ma sono davvero molto contento del lavoro che abbiamo fatto.
Lucasfilm o Disney ti hanno dato indicazioni precise su come interpretare i personaggi del libro o hai avuto libertà di movimento?
No, nessuna indicazione, se non appunto di rispettare tecnicamente i tempi di quello che era già registrato. Per cui la difficoltà primaria è stata quella, ovviamente.
L’inglese corre molto in certi punti, però riascoltandolo un po’ così, a spot, mi pareva di avere corso anche troppo in certi momenti. E invece no, alla fine mi sembra che sia abbastanza scorrevole..
Per il resto sull’interpretazione dei personaggi, come sempre capita, se c’è un riferimento si tenta di seguire quello che è già stato fatto o comunque di restituire un po’ l’idea originale. E sostanzialmente non è stato difficile.
È chiaro che alcune cose sono più difficili da diversificare. Per i personaggi femminili, in alcuni momenti, sono stati utilizzati aiuti tecnologici. Ad esempio, anche per voci tipo quella di Jabba c’è un pitch con cui la voce viene un po’ abbassata, ingrossata. Ma d’altronde anche nei film è stato usato lo stesso effetto.
Chi interpreta un personaggio sullo schermo, in qualche modo, finisce per “sentirsi quel personaggio”. Capita anche prestando la voce ai personaggi di un audiolibro?
Dipende sempre dal tipo di libro, dal tipo di narrazione. Qua era un pochino più difficile, nel senso che dovendo fare tutto io, ho usato di più l’idea di essere all’interno di quel mondo, che comunque mi ha aiutato, mi ha ispirato, mi ha deliziato durante la lettura.
È chiaro che nel momento in cui si va ad affrontare un personaggio soltanto o, per rimanere in tema audiolibri, quando ci sono degli audiolibri di narrazione, dove non è richiesta una classificazione esagerata dei personaggi, è più semplice.
Se poi il libro è anche fatto bene, c’è più coinvolgimento.
Ho il ricordo, per esempio, di un bel libro che ho avuto la fortuna di leggere, che si chiama “Breve storia della vita privata“, mi pare di Bill Bryson, dove essenzialmente non c’è nessuna immedesimazione: è un saggio che parla della storia della casa.
Quindi lì la cosa bella e divertente è stato appunto l’apprendere tutte quelle cose che vengono descritte in quel libro, molte delle quali assolutamente non conoscevo. Però non c’è una reale immedesimazione.
C’è un personaggio che ti è piaciuto particolarmente interpretare nella storia?
No, nel senso che sono tutti belli.
Se devo dirti la verità, gli Hutt sono un po’ più divertenti. Io mi immagino Jabba come visto nei film, nelle serie. Questa mole corpulenta e questa vocalità, sapendo che poi sei aiutato un po’ dal pitch, quindi dalla post produzione audio. E’ molto divertente.

Però in realtà sono tutti belli ed è bello riuscire a diversificarli tutti quanti e anche a farli parlare tra di loro. Quindi non ne ho uno preferito.
Potendo scegliere, c’è qualche altro personaggio della Saga, o qualche storia particolare, che ti piacerebbe leggere in un futuro audiolibro?
In realtà quelli della Saga di Star Wars mi piacerebbe leggerli tutti, però temo che non sarà così, purtroppo.
Per il resto, non ho un genere preferito, l’importante è ovviamente che sia scritto bene. Per esempio, Bill Bryson è un grande scrittore. È stato molto divertente leggerlo, ma sostanzialmente un po’ tutti quelli a cui ho avuto la possibilità di lavorare.
Insomma, qualcuno di più, qualcuno di meno. Però sono innamorato del mio lavoro, per cui va bene tutto.
Parlando di doppiaggio in generale, come ti sei avvicinato a questo lavoro? Era una professione che avevi valutato o è capitato per caso?
In realtà un po’ per caso e un po’ per passione. Le occasioni sono arrivate davvero un po’ per caso.
Ho cominciato a lavorare in teatro mentre facevo l’università perché il mio maestro, Dario Turrini, che mi aveva seguito negli ultimi tre anni del liceo, mi ha dato le prime occasioni lavorative in teatro.
Ho sempre avuto un debole, una passione per quello che era il lavoro al microfono. Per caso, cominciando a fare i primi spettacoli a Bologna, dove sono nato, cresciuto e vissuto, fino ai 26, 27 anni, ho conosciuto delle persone che mi hanno portato nei primi piccoli studi e ho cominciato a fare i primi lavori veramente in punta di piedi.
E piano piano è venuto tutto il resto. Ecco, ho cominciato un po’ così.
In realtà sono un po’ fuori dal coro, nel senso che non ho seguito un percorso formativo standard.
Ho imparato sul campo, sia in teatro che per quanto riguarda il doppiaggio, per cui i primi anni sono stati abbastanza difficili, proprio perché il mestiere del doppiaggio è abbastanza complicato. Ci sono tante cose da tenere da tenere sotto controllo che, in realtà, devono diventare automatiche per dare spazio completo alla qualità recitativa, che alla fine è l’unica cosa che rimane.
Tutte le cose tecniche, la dizione, l’andare a sync, l’articolazione e chi più ne ha più ne metta, ovviamente sono date per acquisite, per cui uno deve, come dire, formarsi con la pratica, che è la cosa ovviamente più complicata.
Francesco, ci sono voci che ti hanno ispirato o che ti ispirano ancora adesso? Magari qualche leggendario doppiatore italiano?
Sì, tantissimissimi! I grandi nomi degli anni ’70 e ’80, soprattutto!
Quelli che mi posso ricordare in questo momento, così al volo: Pino Locchi, Oreste Rizzini, Carlo Romano, ma anche tantissimi altri. Grandissime vocalità dalle quali c’è sempre da imparare.
E 20 anni fa, quando più o meno ho cominciato io, non c’era tutta la tecnologia che c’è adesso, per cui c’era un programma che ti trasformava in audio. Mi sono ascoltato un sacco di film in macchina, ascoltati e riascoltati e riascoltati, giusto per il gusto di sentire cosa facevano, le intenzioni che davano.
Ma qualsiasi nome di quel periodo tu dica, va benissimo.
Oggi il lavoro un po’ si è trasformato. Ci sono una marea di persone bravissime e colleghi strepitosi. Più vecchi di me, della mia età, più giovani di me… sono tanti. E’ chiaro che 30 o 40 anni fa, ovviamente, c’erano molte meno persone, quindi c’erano molti meno prodotti.
Quindi oggi è cambiato un po’ il modo di lavorare, di percepire il lavoro.
C’è chi preferisce sempre guardare un film in lingua originale perché pensa che il doppiaggio falsi il lavoro svolto e chi ritiene che spesso il doppiaggio sia un valore aggiunto. Tu cosa ne pensi?
Prima di rispondere, hai sentito la pronuncia di Harrison Ford? Quindi cosa ne pensi del doppiaggio che, a volte, migliora il personaggio?
A parte gli scherzi, ci sono voci che, oggettivamente, rendono giustizia al personaggio che interpretano e altre meno. Il Darth Vader di Massimo Foschi, ad esempio, continua a essere indimenticabile pur confrontandosi con un immenso James Earl Jones.
Ci sono personaggi che, ascoltando il doppiaggio in qualsiasi lingua diversa dall’originale, hai pensato “Questo proprio non ci azzecca niente!”?
E’ molto soggettivo. È vero, ci sono i puristi che preferiscono guardare tutto in lingua originale, sottotitolato, impariamo l’inglese… tutto lecito.
Io credo che l’operazione in sé è lecita come è lecito tradurre dei libri nella propria lingua, è sempre un’esperienza. Ed è chiaro che c’è un’interpolazione, come il traduttore di un libro è costretto comunque ad usare dei termini che magari non hanno la stessa valenza. Quindi è chiaro che c’è un altro lavoro, c’è un’interpolazione. Il doppiaggio sicuramente lo fa in maniera maggiore, perché ovviamente ci metti un altro attore, un’altra vocalità, però perché no?
Cioè, se il prodotto è fatto bene, se gli attori sono comunque bravi attori e l’esperienza del film viene rispettata anche modificando la lingua, che viene appunto tradotta nel nostro sistema linguistico, nel nostro modo di pensare, nel nostro livello di comprensione sociale, perché no? Perché non deve essere lecita? Poi uno può sempre guardarsi tutto in lingua originale. È chiaro che per il mercato americano è più facile, sempre di più.
All’inizio della storia del doppiaggio, ci si rivolgeva a un pubblico che era molto piccolo, perché pochi erano i possessori di apparecchi televisivi, o pochi andavano al cinema. La televisione come la conosciamo oggi non esisteva ancora, quindi l’utenza era poco acculturata. C’era molta meno diffusione e bisognava arrivare al maggior numero di persone che non avevano, nella maggioranza dei casi, un’istruzione, per cui è chiaro che il doppiaggio era un’operazione che si doveva fare.
Oggi ovviamente le conoscenze sono maggiori. Rimane comunque che il film in coreano è tosto. Cioè, si fa presto a dire “ma guarda i sottotitoli”, ma se sei capace di leggere i sottotitoli e di guardare anche il film, beato te! Io già faccio fatica a stare in sync, quindi a recitare un testo mentre guardo le immagini.
L’esperienza di un film o di una serie televisiva deve essere comunque una cosa distensiva. Se uno deve concentrarsi sulla lettura di un testo, guardare le immagini, sentire dei suoni, sentire una scena o sentire l’interpretazione di un attore… la vedo un’operazione abbastanza complessa, come leggere un testo, appunto, in coreano o in russo. Ci vuole molto tempo per riuscire a padroneggiare un’intera lingua. Prendendo un Tolstoj o un Dostoevskij, ad esempio, non è proprio immediato riuscire a entrare all’interno di tutto quel mondo, di quello stile. Di che cosa si sta descrivendo, le parole che si usano.
Credo che, alla fine, essendoci tutte le possibilità, uno soggettivamente sceglie cosa preferisce fare. Non solleverei critiche né da una parte né dall’altra.
Sul fatto che alcuni attori possano avere migliorato l’esperienza, in italiano, anche lì è soggettivo. Per esempio, prendendo grandi doppiatori come può essere Ferruccio Amendola, ci sono alcune interpretazioni che sono veramente iconiche, bellissime, profondissime. Rimane comunque il fatto che, nel momento storico in cui Ferruccio Amendola ha cominciato, parlando di lui in generale e con un rispetto sacrale, era cominciato un nuovo modo di doppiare, di recitare al microfono. Magari 10 o 20 anni prima il suo ruolo, la sua vocalità, erano considerati qualcosa di secondo ordine, secondo piano.
Lui era un carattere, aveva una vocalità sporchissima. Eppure tanti protagonisti sono stati affidati a lui e tanti, quasi tutti credo, i protagonisti che lui ha doppiato sono diventati iconici. Cioè nessuno può dire “Ferruccio Amendola… ma sì, non è che mi è piaciuto tanto”. Oggettivamente ha fatto la storia dei film e di quello che noi oggi percepiamo come la storia del cinema e del doppiaggio italiano. Lui non aveva una bella voce impostata, chiara, di quel tipo di recitazione che c’era prima di lui. Eppure lui c’è, c’è stato e la storia l’ha fatta con le sue interpretazioni da fuoriclasse.
Prendi Massimo Foschi. La cosa bella del suo doppiaggio non era la pasta vocale, era il modo, la recitazione. Anche in quelle poche frasi che diceva, soprattutto nel primo film, quello degli anni 70, quindi Episodio IV, il tono era comunque più sostenuto rispetto invece a una riflessività della recitazione. Sempre maggiore nel quinto e nel sesto episodio.
Quella è la poesia, quel modo di recitare unito a quella vocalità. E quella sì, è unica, inevitabile, da brividi.

Poi ci sono sicuramente voci e doppiatori di cui ho pensato “questo non ci azzecca niente”. Sempre più volte, andando avanti e raggiungendo i giorni nostri. Ma per le motivazioni che dicevo prima, cioè il lavoro è cambiato e non è esclusivamente colpa del doppiatore cane. Cioè, ci sono anche quelli, come è indubbio che ci siano in qualsiasi campo. Ma è cambiato il modo di lavorare, è tutto più svelto, quindi è sempre più difficile avere tempo e attenzione per un prodotto e si fa più fatica. È chiaro che alcune volte magari il doppiatore non sia in parte o non riesca a tirare fuori quello che deve essere tirato fuori per mancanza di tempo, o perché proprio non ce la fa o perché, appunto, è stata sbagliata l’assegnazione del personaggio.
Faccio un esempio, sempre soggettivo, senza ovviamente nulla togliere, perché parlo di appunto del caso specifico: il caso di Sherlock, la serie di dove c’è Cumberbatch, serie che a me è piaciuta moltissimo e che io ho visionato tutta in lingua originale. Secondo me la scelta di Pezzulli non era una scelta giusta. Non si può dire niente a Pezzulli, intendiamoci, è un grandissimo professionista e non sbaglia nulla, non c’è niente di sbagliato. Quella però era un’assegnazione che io, per il mio gusto personale, non avrei fatto. Secondo me la vocalità di Cumberbatch è estremamente difficile da riportare nella nostra lingua.
E la sfida era proprio quella lì. Poi invece ci saranno stati dei canoni o saranno state fatte delle pensate diverse, per cui si è raggiunto il suo nome. E sulla sua performance nulla si può dire, perché comunque, ripeto, è grande professionista, grande nome dal quale a ogni interpretazione c’è sempre e solo da ascoltare e da imparare.
Tu hai doppiato personaggi assolutamente diversi, da Gustaf Skarsgård, il Floki della serie Vikings, (tra l’altro figlio di Stellan, il Luthen Rael della serie Star Wars: Andor… per dire quanto sia piccolo il mondo!), al pupazzo Tino in una trasmissione per bambini.
Immagino ci siano personaggi più in linea con te stesso e altri meno.
E’ difficile adattarsi a personaggi tanto diversi o è uno stimolo per “vivere momenti di vita alternativi”?
Sì, a volte è difficile adattarsi, dipende sempre dal personaggio.
È chiaro che una volta che cominci a lavorare tu come persona, come artista, come professionista, impari un pochino a destreggiarti e ad avere una tecnica che ti permette di riuscire a fare qualcosa di buono in tutto. Poi è chiaro che ognuno si “specializza”, o comunque ha delle cose in cui riesce meglio e delle cose in cui non riesce altrettanto bene.
Nel doppiaggio questa difficoltà è molto messa in evidenza, nel senso che tu vieni assegnato ad un personaggio in base alla sensibilità di chi ti ci ha messo, quindi di un direttore. Più è importante, più è profondo il titolo che stai doppiando e più devi tirare fuori doti per riuscire a portare a casa il risultato migliore che tu possa fare.
Ma tutto partendo dal presupposto che sei stato messo su quel personaggio perché c’è qualcuno che ti ci ha messo, in base a un’idea, un progetto, un gusto.
Ecco, per me che mi sento un pochino più quello che viene chiamato “caratterista”, direi che è uno stimolo non tanto per vivere dei momenti alternativi, ma per mettersi alla prova, per mettersi in gioco e adattarsi.
Poi io non sono per l’esagerata immedesimazione. Il doppiaggio è qualcosa di molto tecnico, quindi sicuramente nelle parti più drammatiche oppure personaggi come Floki, che sono personaggi un po’ più pazzerelli, sono aiutato dal fatto che è più nelle mie corde. Però da lì a vivere momenti simili, ce ne passa.
Ad esempio, per portare un personaggio come Joker di Joaquin Phoenix sullo schermo serve una preparazione difficilissima, costosissima in termini di energia di vita. Per doppiarlo servono altre energie, altre risorse.
Quanto ti rimane dei personaggi che interpreti?
Il fatto che li ho interpretati, che ci ho lavorato, che ho riso. A me piace molto lavorare insieme alle persone che ci sono, quindi al direttore, al fonico, all’assistente. Mi piace lavorare insieme a loro, quindi mi rimane quell’esperienza.
Per quanto riguarda il personaggio, la storia in sé, ecco, ci possono essere magari dei passaggi, dei momenti più belli, più intensi. Però l’esperienza secondo me è totale, cioè il risultato è il progetto a cui hanno lavorato tutte le persone che sono state insieme a me.
Ecco, quella è l’esperienza che mi rimane.
Ti è mai successo di trovarti completamente a tuo agio doppiando un personaggio e terribilmente fuori posto con un altro?
Sì, assolutamente.

Mi è capitato di essere perfettamente in sintonia o comunque molto facilitato, per esempio appunto con Floki, con Gael Garcia Bernal, il “Mozart in the Jungle”, che è un’altra bellissima serie che ho avuto la fortuna di doppiare un po’ di anni fa, dove la sua recitazione, la sua vocalità e il personaggio erano davvero molto, molto compatibili con me.
Invece mi ricordo di uno dei tanti film natalizi, quelli che riempiono i palinsesti, diciamo quelli medio bassi, dove ero stato messo su un personaggio di quelli un po’ palestrati, biondissimi, quasi da fotoromanzo, da telenovela. Ecco, forse la mia vocalità era un po’ troppo fuori fase. L’ho portato a termine, non so con quale risultato perché, fortunatamente, quel prodotto non l’ho mai visionato.
Cosa ne pensi dei tanti youtuber che, per gioco, ridoppiano scene di film o di vita reale creando caricature e situazioni ridicole? Partendo da chi ridoppia scene di film stravolgendo i contenuti a chi doppia politici, persone famose ecc. Trovi che ci sia qualcuno con fantasia e capacità tali da poter essere quasi dei professionisti?
Non saprei rispondere bene a questa domanda. Molti di loro hanno creato non dico business, però anche questo è diventato un modo per creare forse un nuovo tipo di lavoro. Per esempio, secondo me per leggere un audiolibro lo sforzo da fare è diverso. Gli audiolibri secondo me sono veramente molto, molto difficili da fare in maniera diversa.
Insomma, si punta tutti al doppiaggio perché comunque ci sono i film. Ma un audiolibro, pur essendo qualcosa non dico di nicchia però insomma pagata meno, si fa fatica ed è veramente difficile da fare.
Ecco, per definirsi professionista ce ne ce ne passa proprio, perché il percorso per diventare professionisti passa sempre da un accesso alla sala, alle prove, al confronto con sé stessi e al capire che cos’è la propria vocalità, dove può andare, dove può essere spinta, che cosa si può fare. Che va tutta ovviamente giocata in sala. Non basta la cameretta o l’essere bravi montatori o saper usare bene il programma. C’è tutta la parte di recitazione, che non si può inventare.
La mia qualità recitativa, che può piacere o meno, è realizzata da tantissimi piccoli pezzi presi un po’ in qua e là, fatti da me stesso, filtrati da me in tanti anni. Ci vuole tanto tempo per costruirla, per costruire anche quello che uno pensa e sente di sé stesso. E questo tempo deve essere comunque passato a confronto con altre persone che ti sentono, che ti giudicano e spesso e volentieri ti dicono “no, è sbagliata, non mi piace, è brutta”. Si deve passare anche da quello.
Il cammino per diventare professionisti è un po’ più difficile. Non basta solo essere dei bravi imitatori.
Torniamo a Star Wars e a Casa Disney. Com’è lavorare per loro? Lucasfilm è sempre stata famosa per la riservatezza sui lavori in produzione e Disney pare non sia da meno. Tu come ti sei trovato?
Io non ho avuto nessun rapporto diretto con Disney. Io sono stato contattato dallo studio al quale Disney si è appoggiata per fare questo lavoro.
Ovviamente, come tante altre Major, hanno degli accordi di riservatezza esageratamente protetti. Non si può dire nulla, non si sa nulla. E io, fino a che non sono arrivato in sala, non sapevo assolutamente niente se non del provino che avevo fatto. Ho scoperto tutto in sala.
Ecco, la cosa più complicata è stata ovviamente registrare sulla traccia già registrata. Con il testo che era tradotto ma non revisionato per quello scopo. Lì però, probabilmente, nessuno se lo aspettava, quindi la difficoltà è stata un pochino quella.
Per il resto, insomma, fa sempre piacere essere scelti per lavorare a dei prodotti che, per quanto possano essere segretissimi, sono comunque belli. Ho avuto la fortuna, come dicevo prima, di lavorare a un’altra serie bellissima insieme a mia moglie Alice Bertocchi come protagonisti, sempre per Disney. E’ sempre un grandissimo privilegio. Il gruppo è grandissimo e i prodotti sono sempre molto, molto curati.
Ci sono progetti futuri con loro? Sì, ti sto chiedendo spoiler, ovviamente!
E che ne so io? Io non so niente e se anche sapessi non potrei dire assolutamente nulla.
Però, personalmente, spero di sì.
Io spererei di lavorare per loro tutti i giorni , ma tutti quanti, dal lunedì al venerdì e se possibile anche il sabato. Un sabato e domenica ogni tanto mi farebbe pure piacere.
Se ci leggessero ragazzi che sognano di fare i doppiatori, come li consiglieresti?
Lo sapevo che arrivava questa domanda!
Come consiglierei i ragazzi? Ma non lo so proprio più. Un po’ perché sono in una condizione per cui non mi occupo di insegnamento, non ne sono capace. Soprattutto in questo momento storico, dato che sono più legato alle piazze di Milano e Torino, che sono forse un pochino di più in sofferenza della piazza Romana, che notoriamente è un mare molto più grande.
Però ecco, per riagganciarmi a quello che dicevo prima, il lavoro è molto cambiato e sono cambiate anche tante modalità. Mi sembra di sentire parlare veramente un anziano, però è così. Fino a un po’ di tempo fa l’accesso, per esempio, agli studi era libero o demandato al segretario o alla reception di turno. O al direttore, che magari ti faceva entrare o ti diceva di accomodarti per assistere ai turni per chiedere provini.
Adesso, invece, è molto più complesso entrare negli studi, è molto più difficile chiedere di assistere, molto più difficile parlare con i direttori di doppiaggio che magari hanno il potere di farti fare il provino, metterti dentro la serie. Ci sono, è vero, molti più prodotti adesso. Ma in questo momento siamo tutti un pochino in sofferenza, quindi ovviamente coltello tra i denti. Il ragazzo che arriva è il “bastardo” che viene qui e magari può togliere del lavoro a noi più anziani.
Come ho detto nelle pochissime altre interviste che ho avuto il piacere di fare negli anni passati, il punto per me rimane sempre la recitazione. Io parto esclusivamente dalla mia esperienza, quindi dal colpo di fortuna di trovarsi nel posto giusto al momento giusto, l’essere simpatico, il non rompere troppo le scatole che per me ha giovato.
Un paio di anni dopo che mi ero cominciato ad affacciare a Milano, ho incontrato Maurizio Merluzzo. Eravamo arrivati più o meno nello stesso periodo, forse io un pochino prima e lui un pochino dopo. Ma il suo carattere era cento volte più esuberante del mio e questo lo ha ripagato incredibilmente. La sua testa, comunque, era piena di tanti altri progetti che fortunatamente ha realizzato. Ma io avevo veramente molte marce in meno e questo, per esempio, non mi ha aiutato o comunque mi ha diluito nel tempo tantissimo l’accesso a tante realtà. Questo, ovviamente, è sempre molto soggettivo.
Però l’unica cosa che mi sento di consigliare è di coltivare la recitazione. E’ sempre il solito discorso, ma per recitare bisogna fare recitazione.
Che cosa vuol dire? Vuol dire avere esperienza nel teatro, che è un altro tipo di recitazione ma ti dà l’idea di che cosa sai fare, di che cosa puoi spingere, della tua dimensione come attore. Il mio corpo sa stare in scena? Come sta in scena? Come si muove? E la mia voce dove arriva? Quanto può fare? È molto alta, molto bassa, posso spingerla, posso andare di diaframma, riesco ad arrivare in ultima fila? Se c’è tanto pubblico, se c’è rumore in strada, riuscirei a fare uno spettacolo?
Tutte cose che poi alla fine non farai mai dentro una sala di doppiaggio, ma che servono. Una volta che hai conosciuto o cominci a conoscere te stesso, sai come suona la tua voce in teatro, come suona in piazza, se puoi urlare anche quando sei stanco di urlare, se puoi usare una tecnica o l’altra e quale sia la migliore. E’ una ricerca di strumenti per capire se stessi. E secondo me l’attore è questo: devi dotarti di strumenti più o meno fantasiosi, più o meno onirici, per capire che cosa puoi fare e come lo puoi fare. Per capire le tue potenzialità, per capire anche cosa non riesci a fare e accettare i compromessi che ne derivano. Questo è fondamentale secondo me.
E poi rubare, rubare a tutti. Magari imitandoli. Ci sono delle espressioni, dei pezzi di film da cui si può prendere spunto sempre. Penso a film tipo quelli di Bud Spencer e Terence Hill. Onorato e Locchi su Bud Spencer e Terence Hill hanno degli scambi, anche solo delle brevi frasi, che ancora oggi io, se ne ho la possibilità, provo a imitare. Le imito con me stesso, cioè col mio filtro. Nella mia mente ci sono quei suoni lì, tradotti ovviamente da me stesso, dagli anni e della mia vocalità. Io sono un grande fumatore, quindi la mia voce è anche cambiata negli anni.
Quindi tutto questo pippone per dire che non lo so, non lo so quale sia la strada, perché non so nemmeno quale sia la mia in questo momento. Uno pensa che a quaranta o cinquant’anni si debba essere arrivati. E invece no, siamo sempre tutti in ballo, come probabilmente è la vita dell’artista.
L’unico consiglio che potrei dare è quello di studiare, di mettersi lì ad ascoltarsi e a trovare il modo per capire che cosa si può fare della propria voce. Ci vuole l’aiuto di qualcuno, ci vuole l’aiuto dello studio, ci vuole l’aiuto del corso. Tante sono le strade. Quella giusta secondo me non esiste, non c’è perché ce ne sono tante e, per quanto mi riguarda, c’è stato anche tanto “culo” e quello non si può comperare.
Non ti chiedo di raccontarci aneddoti particolari perché so che, dopo l’estate, è in programma una live streaming con noi dove ti chiederemo di raccontarci l’impossibile, quindi preparati perché siamo curiosi come dei Jawa di fronte ad una nave spaziale abbandonata!
Grazie mille di essere stato con noi e arrivederci a settembre con la live.
Che la Forza sia con te!
Grazie a voi e ci vediamo a settembre in live!
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