Il 17 dicembre si è tenuto il decimo anniversario di Episodio VII – Il risveglio della Forza. Il film che rilanciò nel 2015 Star Wars al cinema, dopo una pausa di ben dieci anni dal terzo della trilogia prequel. Ma cosa possiamo dire di questo film a distanza di così tanto tempo? È solo una pigra riproposizione di Episodio IV o magari c’è tanto altro da dire?
Io e la Trilogia Sequel
La saga di Star Wars può essere vissuta in tanti modi. C’è chi è appassionato della trilogia originale. C’è chi è appassionato della storia di Anakin. Chi adora le serie animate e chi è espertissimo dell’Alta Repubblica.
Io, invece, sono appassionato della storia di Rey e della trilogia sequel.

Sento l’esigenza di scrivere quest’articolo perché negli ultimi anni mi sono un po’ raffreddato nei confronti di Star Wars. Non fraintendetemi: nella marea di serie tv rilasciate su Disney+ qualcosa di gradevole c’è stato.
Personalmente, apprezzo molto The Mandalorian, nonostante la terza stagione sottotono. Ahsoka è piacevole, Skeleton Crew a tratti deliziosa, Andor profondissima. Quello che mi è mancato, però, è un prodotto in grado di sostenere il mio interesse e di riaccenderlo. Qualcosa che tenesse in piedi la baracca, in grado di tenere viva la mia passione per questo mondo senza lasciarla ad affievolire.

È con questo spirito che in questi giorni ho scelto di rivedere Il Risveglio della Forza. Un film che nel 2015 fu in grado di catturare nuovamente l’interesse di tutto il mondo (gli incassi parlano), soprattutto in seguito alla scottatura della trilogia prequel, all’epoca ancora fresca.
Per questo ne sto parlando ora: nell’ultimo periodo avevo proprio bisogno di qualcosa che mi riaccendesse, e rivedere per l’occasione Episodio VII è stato un po’ come riapprocciarsi ad un classico verso cui si prova tanto affetto.
Parliamoci chiaro: non si tratta di un film sconvolgente. Non è granché coraggioso, ha fin troppo rispetto della trilogia originale e a volte sembra non prendere una direzione ben precisa. Ma si è trattato del film giusto al momento giusto.
J. J. Abrams e la fragilità della sua Rey
J. J. Abrams riprese totalmente l’estetica e le atmosfere della trilogia originale, in particolar modo di Episodio IV. Un clone, quindi? No.
Riprenderne la struttura narrativa significa rifarsi ai classici canoni della fiaba, che non sono stati inventati dal capostipite del ‘77. Al netto delle analogie superficiali, il cuore del racconto di questo film risiede in dei personaggi che niente hanno a che fare con quanto visto fino a quel momento, e che ne rappresentano il vero punto di forza.

Al centro della scena c’è ovviamente la Rey di Daisy Ridley. Ma chi è Rey? È una mercante di rottami che vive da sola su Jakku: praticamente, in una discarica. Nel corso del film scopriamo che è in grado di pilotare il Millennium Falcon, e che la Forza sceglie di risvegliarsi in lei.
Nonostante questo, nasconde una fragilità di fondo. Un qualcosa che la tiene vincolata, che le impedisce di crescere e di scoprire se stessa. Qualcosa che la limita, la soffoca: Rey attende il ritorno dei suoi genitori. E lo attende così tanto che non ha mai smesso di contare i giorni da quando sono partiti. Si sente addirittura in colpa se si allontana per poco tempo da Jakku, rifiutandosi di inseguire la propria vocazione da pilota perché il suo unico scopo è assicurarsi che i suoi genitori sappiano dove ritrovarla.

La delicatezza con cui Abrams ci racconta la tipica giornata di Rey nella sua sequenza d’apertura è in grado di sintetizzare tutto questo senza quasi fare uso di dialoghi, ma solo tramite una sequenza di immagini. Risulta infatti molto chiara una cosa: il buon J.J. vuole molto bene alla sua Rey. Tant’è che quando sarà lui a riprendere in mano la trilogia, sarà sua premura rimetterla al centro della scena dandole estrema importanza.
Finn, Kylo Ren e il peso delle proprie origini
Il percorso di Rey si lega a doppio filo con quello di Finn, un ragazzo addestrato per essere uno stormtrooper e che non ha mai avuto alcun ruolo nel mondo al di fuori di questo. Né pensava di essere in grado di poterlo avere!
Così come Rey, infatti, anche Finn è alla ricerca del suo posto nel mondo, e si libera di ciò che gli impediva di sbocciare. Peccato solo che, a differenza della protagonista femminile, il percorso di Finn sia stato parecchio penalizzato dai film successivi. Era palese la volontà di Abrams di renderlo sensibile alla Forza, concetto totalmente abbandonato nel secondo film e ripreso in maniera timida nel terzo, nonostante gli spunti interessanti che ci permetteranno di rivedere alcuni eventi di questo primo film sotto una nuova luce.

Finn capirà infatti che è proprio grazie alla Forza se ha avuto il coraggio di ribellarsi al Primo Ordine. Un qualcosa che veniva dentro, difficile anche da spiegare. E alla luce di quello che verrà, possiamo dire che anche Finn, sin da Episodio VII, si fa portatore di uno dei messaggi più belli della trilogia: la Forza non è prerogativa dei Jedi.
Kylo Ren, d’altro canto, funziona quasi come un Darth Vader al contrario. A differenza del nonno, è un cattivo tentato dal lato chiaro. Sente costantemente il richiamo della luce, ed è per questo che si sente dilaniato. Anche Kylo Ren, quindi, è tormentato dalle sue origini, così come i due personaggi di cui abbiamo parlato sopra. Il motivo per cui Ben Solo sia diventato Kylo Ren, poi, rappresenta uno dei misteri che verrà poi rivelato nel seguito.

L’ho detto prima: Episodio VII non si sbilancia mai troppo. Non spiega per bene chi sia Kylo Ren, non ci dice chi sia Snoke, quali siano le origini di Rey o come la spada di Luke sia arrivata a Maz.
Ad Abrams piaceva piazzare i misteri senza assumersi la responsabilità di dare risposte chiare. Si è preoccupato di tracciare delle idee per eventuali percorsi futuri che qualcun altro avrebbe avuto la responsabilità di completare. Ma sappiamo com’è andata…
Il confronto generazionale
Episodio VII, oltre a risvegliare l’interesse dei vecchi appassionati cullandoli nelle loro atmosfere preferite, ha avuto anche un altro ruolo. Ovvero raccontare il mito di Star Wars alle nuove generazioni di bambini.
Non a caso, nonostante sia il settimo episodio, funziona benissimo anche come punto di partenza per vivere la serie. I Jedi e la Forza sono dei concetti che Han Solo spiega a Finn e Rey, proprio come il genitore appassionato li spiegherebbe ai propri figli. Il confronto generazionale è infatti alla base dei discorsi portati avanti dalla trilogia sequel.

Cosa possono imparare i giovani dagli adulti? Ai nostri miti che ci siamo costruiti in gioventù è concesso fallire? Quanto sono importanti le nostre origini rispetto a quello che noi vogliamo diventare? Sono proprio queste le tre domande a cui rispondono i tre film.
Un’avventura spaziale
Il risveglio della Forza è, secondo me, il minore della trilogia sequel. Pone delle ottime basi, sviluppate meglio nei due seguiti, perché qui c’era la paura di deludere. Al netto dei difetti innegabili, però, è stato in grado di riportare Star Wars nella sua forma più bella.

I film di Abrams condividono questo. Riportano la saga al cinema nella sua dimensione migliore: sono delle fiabe, dei film d’avventura ambientati nello spazio. È vero, può essere considerato troppo derivativo. Ma è un film che guarda costantemente indietro non per rimanerci, ma per permettere a qualcun altro di andare avanti.
Poteva andare meglio? Certamente, tutto si può fare meglio. Ma bisogna riconoscere che Episodio VII sia stato in grado di risvegliare la Forza proprio quando ce n’era bisogno. E, onestamente, ho proprio bisogno che si risvegli di nuovo.
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