
Il cinema, nella sua essenza più pura, è un equilibrio delicato tra ciò che si vede e ciò che si sente. Tuttavia, a detta di molti (scrivente incluso), la trilogia sequel di Star Wars sembra aver deliberatamente sbilanciato questo asse, offrendo un’opera che brilla per una magnificenza visiva senza precedenti, ma che fatica a nascondere una apparente fragilità di contenuti. Ci troviamo di fronte a un involucro d’oro zecchino che avvolge un racconto oscillante tra l’evanescenza e l’eccesso.
Impatto visivo o contenuto?
L’impatto visivo di questa nuova era è, senza mezzi termini, sublime. La regia ha orchestrato un ritorno alla materia che la trilogia prequel aveva parzialmente smarrito; ogni inquadratura trasuda una fisicità tangibile e, grazie alla maestria della Industrial Light & Magic, le battaglie spaziali hanno raggiunto vette di fotorealismo tali da trasformare ogni fotogramma in un quadro. Eppure, questa perfezione formale mette a nudo un ritmo narrativo oscillante, quasi schizofrenico. In generale, pur con momenti alterni, nei primi due capitoli la storia appare fin troppo esile, quasi timorosa di costruire un presente solido, per poi esplodere nel terzo capitolo in un’improvvisa inversione di marcia. Nell’Episodio IX le storie diventano fin troppo “forti”, quasi ingombranti: poteri divini e minacce ancestrali vengono lanciati sullo schermo a una velocità frenetica, trattati come semplici inneschi per lo spettacolo ma mai realmente approfonditi.
A questo proposito, emerge in modo naturale un interrogativo tanto affascinante quanto amaro sulla genesi di tali scelte. Solo recentemente, attraverso opere collaterali come The Mandalorian o The Bad Batch — con quest’ultima che, per chi scrive, rappresenta uno dei punti più alti mai toccati dall’intero universo espanso — è emerso il cosiddetto “Progetto Necromante“, volto a spiegare la resurrezione dell’Imperatore. La qualità di queste serie dimostra inequivocabilmente che le capacità narrative e le risorse creative c’erano (e ci sono) eccome; peccato solo non averle messe al servizio della trilogia principale nel momento giusto, preferendo invece tappare i buchi logici dell’Episodio IX con spiegazioni postume. Scelta? Rincorsa? Solo apparenza? Poco importa, sta di fatto che un po’ di confusione c’è stata.

E prima della trilogia sequel, com’era?
Il contrasto diventa evidente se confrontiamo la trilogia sequel con la trilogia prequel. Al netto di alcune eccezioni stilistiche e di una recitazione a tratti incerta, quegli episodi possedevano una dignità narrativa e una coerenza progettuale indiscutibili, sorrette da un world-building capace di dare respiro a un’intera Galassia. Sapevamo dove ci trovavamo, quando, quali fossero le rotte commerciali e gli equilibri politici. E quello che mancava all’inizio, compariva man mano già durante il film. Nei sequel, questa vastità sembra essersi contratta: i pianeti appaiono come scenografie isolate e le fazioni sembrano muoversi in un vuoto pneumatico, privo di quel contesto logistico che serie come The Bad Batch hanno invece curato in modo maniacale.
Pur senza raggiungere i fasti della trilogia originale, la saga di Anakin Skywalker raccontava un’ascesa e una caduta con un respiro politico e filosofico chiarissimo. Quei film “stavano bene insieme” autonomamente; la serie The Clone Wars è arrivata successivamente per completare in modo impeccabile quel mosaico, ma pur avendo aggiunto tantissimo, non era una stampella necessaria. In questo senso, anche Star Wars Rebels è stato un progetto illuminante: pur non essendo indispensabile, ha saputo fungere da perfetto trait-d’union tra la caduta dei Jedi e la nascita della Resistenza, arricchendo il canone senza mai dover “riparare” errori altrui.

Completare o correggere?
Nella trilogia sequel, invece, il materiale extra sembra essersi caricato del compito ingrato di gettare le fondamenta che i film hanno omesso di costruire, operando su due livelli distinti. Da un lato c’è il paradosso di serie come Resistance: un prodotto nato con toni infantili e scanzonati che ha finito per fornire (forse addirittura inaspettatamente) all’Episodio VII quello spessore e quel senso di urgenza politica che la pellicola sfiorava appena. Dall’altro, in modo ancora più critico, l’intera impalcatura del “Progetto Necromante” assume i tratti di un’operazione di chirurgia narrativa postuma. Se pertanto le incursioni animate restano comunque dei banchetti aggiuntivi, col “Progetto Necromante” sembra di trovarsi di fronte a un tentativo di salvataggio per una sceneggiatura che, all’epoca, ha preferito il bagliore istantaneo di un’esplosione alla coerenza di un’idea a lungo termine.
Ma non esageriamo, la trilogia sequel è bella!
Questa frammentazione narrativa, tuttavia, non deve trarre in inganno portandoci a un giudizio negativo. Esiste infatti una distinzione netta tra la coerenza di un ecosistema e l’impatto del singolo racconto. Se è vero che i sequel mancano di quella visione d’insieme che ha reso i prequel un blocco granitico, è altrettanto vero che brillano di una luce propria nel catturare l’emotività del momento.
La loro forza non risiede nella precisione dei diagrammi politici, ma nella potenza dei sentimenti: il conflitto interiore di Kylo Ren, la ricerca di appartenenza di Rey o il malinconico tramonto di Luke Skywalker — verso il quale si può anche nutrire, come nel caso dello scrivente, un profondo dissenso narrativo, ma che resta descritto con un’intensità visiva e poetica notevole — sono vette emotive che vibrano con un’intensità rara. È in questa tensione tra il difetto strutturale e il guizzo artistico che si gioca la vera partita della nuova trilogia.

Nonostante le critiche alla struttura di fondo, dunque, i film della trilogia sequel restano dei bei film e sarebbe ingiusto sostenere il contrario. Si perché di fatto godono di un fascino indiscutibile, sono intrisi di quello spirito d’avventura che definisce il concetto stesso di “Star Wars” e sono capaci di regalare momenti di pura estasi cinematografica. Semplicemente, questi capitoli rappresentano un esercizio di stile straordinario che però non può essere considerato ciò che di più corale la “galassia lontana lontana” abbia mai offerto.
Conclusioni e raccomandazioni
Proprio per questo, un ultimo invito al lettore è d’obbligo: non restiamo fossilizzati a cercare a ogni costo un rigore storiografico estremo. Ricordiamoci che Star Wars è, prima di ogni altra cosa, fantascienza e space opera. Non va letta come un freddo libro di storia, anche se la tentazione di vivisezionare ogni dettaglio è fortissima. Se non ci concediamo il lusso del divertimento puro, della meraviglia davanti al balzo nell’iperspazio o al ronzio di una spada laser, finiremo per perdere il senso ultimo del cinema: lo spettacolo. Lasciamoci trasportare dalla corrente della leggerezza e godiamoci la bellezza di ciò che vediamo; solo così potremo davvero continuare a sognare tra le stelle.
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