Dopo 14 anni alla guida dello studio, Lucasfilm ha ufficializzato un passaggio di leadership che segna la fine di un’era e l’inizio di una nuova fase organizzativa e creativa.
Kathleen Kennedy lascia la presidenza per tornare a tempo pieno alla produzione, mentre la guida dello studio viene affidata a una struttura duale: Dave Filoni assume il ruolo di President & Chief Creative Officer e Lynwen Brennan diventa Co-President, responsabile dell’area business e operativa.

È una riorganizzazione pienamente in linea con il modello Disney, già adottato in altri studi del gruppo, che separa in modo netto direzione creativa e gestione industriale. Ma ridurre tutto a una questione di organigrammi sarebbe fuorviante.
Le interviste rilasciate in parallelo da Kennedy, lette insieme al comunicato ufficiale Lucasfilm e all’analisi di The Hollywood Reporter, permettono di capire perché questo passaggio avviene ora e quali nodi restano aperti per il futuro di Star Wars.
La comunicazione ufficiale: continuità, non rottura
Nel comunicato pubblicato su StarWars.com, Lucasfilm chiarisce subito un punto: non si tratta di uno strappo, ma di una transizione pianificata. Kennedy continuerà a produrre i prossimi due film già in sviluppo, The Mandalorian and Grogu (22 maggio 2026) e Star Wars: Starfighter (2027), mentre Filoni e Brennan guideranno lo studio nella “prossima fase narrativa”.


Il messaggio è costruito attorno a tre concetti chiave: continuità, fiducia interna e stabilità.
Filoni sottolinea il debito formativo verso Kennedy e George Lucas, affermando che il suo amore per la narrazione è stato plasmato proprio dai loro film e che sotto la guida di Kennedy Star Wars ha conosciuto “la più grande espansione narrativa mai vista sullo schermo”, da Rey a Grogu. Brennan, dal canto suo, parla di Lucasfilm come di una comunità creativa unica, con uno “spirito ribelle”, e ribadisce la propria fiducia nella visione creativa di Filoni per il futuro dello studio.
Anche Disney rafforza questa lettura. Bob Iger definisce Kennedy una figura scelta personalmente da George Lucas e ringrazia per la sua “leadership e tutela” di un brand iconico. Alan Bergman aggiunge che Kennedy ha portato Star Wars a risultati straordinari al box office e a una nuova generazione di fan, assicurando che lo studio resta “in mani estremamente capaci”.
La lettura industriale di THR: una Lucasfilm finalmente stabilizzata
Se il comunicato ufficiale punta sulla continuità, The Hollywood Reporter allarga il quadro e ne evidenzia le implicazioni industriali. Il cambio di leadership viene definito “sismico”, ma anche atteso da tempo.
La divisione dei ruoli tra Filoni e Brennan viene presentata come la mossa necessaria per sbloccare una fase di stallo durata diversi anni, segnata da annunci prematuri, progetti riformulati e lunghi periodi di inattività sul fronte cinematografico.

Secondo THR, con la successione finalmente risolta, Lucasfilm potrebbe ora tornare a spingere lo sviluppo con maggiore decisione. Non perché cambino improvvisamente le persone, ma perché si chiarisce la catena di comando: chi decide la visione creativa e chi ne rende possibile la realizzazione industriale.
Kennedy nell’exit interview: “non è un addio con ritorno”
È però nell’exit interview concessa a Deadline che Kennedy chiarisce il senso profondo di questa uscita. Alla domanda se si tratti di un ritiro temporaneo, come accaduto a Bob Iger, la risposta è netta:
«Questo non succederà qui.»
Kennedy spiega di sentirsi pronta a lasciare il ruolo esecutivo per tornare a ciò che considera il cuore del suo mestiere:
«Sono davvero pronta ad andarmene e ad avere l’occasione di fare molti film. Il mio amore è fare film.»



Non rinnega l’esperienza da dirigente, ma la definisce una parentesi: la sua identità resta quella della produttrice, del lavoro sul set, della costruzione concreta dei progetti.
Perché Filoni e Brennan: una scelta preparata da anni
Kennedy racconta di aver discusso il piano di successione con Iger e Bergman già due anni fa, indicando personalmente Filoni e Brennan come coppia ideale.
Di Brennan parla come della sua principale partner finanziaria e operativa, una dirigente cresciuta internamente, con un lungo passato in Industrial Light & Magic e una profonda conoscenza della macchina Lucasfilm.

Di Filoni, invece, Kennedy evidenzia il percorso di crescita: dall’animazione di The Clone Wars al live action di The Mandalorian e Ahsoka. Lo descrive non solo come autore, ma come custode interno della coerenza narrativa, insieme a Pablo Hidalgo, definendoli “enciclopedie viventi” dello studio.
È una definizione che chiarisce molto del tipo di leadership creativa che Lucasfilm sta scegliendo: fortemente radicata nella mitologia, con tutti i vantaggi e i rischi che questo comporta.
Il nodo centrale: rischio creativo e prudenza dello studio
Il cuore dell’intervista a Deadline è il tema del rischio. Kennedy cita una frase che Bob Iger le disse all’inizio del suo mandato:
«Siate audaci.»
La usa per spiegare la tensione strutturale che ha accompagnato Lucasfilm negli ultimi anni. Da un lato, l’interesse per proposte non convenzionali; dall’altro, un’industria sempre più cauta:
«Siamo in un’epoca in cui le aziende sono estremamente avverse al rischio.»

Kennedy è esplicita: lei è entusiasta di idee che rompono gli schemi, mentre “lo studio è nervoso”, ed è proprio lì che molti progetti restano bloccati.
I progetti: cosa è fermo, cosa è vivo, cosa è davvero in sviluppo
Senza entrare in annunci sensazionalistici, Kennedy delinea uno stato dei lavori concreto:
• Il progetto di James Mangold e Beau Willimon viene definito “una sceneggiatura incredibile”, ma attualmente in pausa, perché rompe gli schemi tradizionali.
• Taika Waititi ha consegnato una sceneggiatura giudicata “divertente e ottima”, ma Kennedy chiarisce che la decisione finale non spetta più a lei.
• Donald Glover ha consegnato un copione.
• Simon Kinberg è il caso più avanzato: dopo una prima versione giudicata promettente ma incompleta, il progetto è stato ripensato radicalmente e ora procede con una nuova stesura attesa nei prossimi mesi. È l’unico a cui Kennedy associa esplicitamente una possibile nuova trilogia, proiettata oltre il 2030.




Kennedy aggiunge un dato spesso ignorato: un film di Star Wars richiede tre-cinque anni tra sviluppo e realizzazione. Non è una giustificazione, ma un promemoria industriale.
Rian Johnson e la pressione del fandom
Uno dei passaggi più discussi riguarda Rian Johnson. Kennedy afferma senza esitazioni:
«Penso che Rian abbia realizzato uno dei migliori film di Star Wars.»
Subito dopo aggiunge però che, a suo avviso, Johnson è rimasto scosso dalla negatività online. Da qui il discorso si allarga: Kennedy parla apertamente di una minoranza rumorosa, di megafoni amplificati dai social e di un clima che colpisce in modo sproporzionato soprattutto le donne.


La conclusione è pragmatica:
«Devi sviluppare una pelle dura. Non puoi farlo sparire.»
E se qualcuno non se la sente, è meglio non entrare in questo spazio.
Starfighter e Solo: scelte, rischi e un rimpianto ammesso
Su Star Wars: Starfighter, Kennedy chiarisce che il film è stato concepito come stand-alone, non come inizio di una saga pianificata. L’eventuale prosecuzione dipenderà dal futuro, ma non è l’intenzione attuale.
Tra le poche ammissioni personali, Kennedy riconosce un rimpianto: Solo: A Star Wars Story. Non per la lavorazione o per il cast, ma per la scelta concettuale:
«Concettualmente, non puoi sostituire Han Solo, almeno non adesso.»

Cosa resta dopo Kennedy
Il quadro che emerge è coerente. Kennedy lascia Lucasfilm non in polemica, ma con una visione chiara di ciò che è stato e di ciò che resta irrisolto.
THR parla di continuità con rischio di immobilismo, l’intervista a Deadline mette il dito nella ferita del rapporto tra creatività e prudenza industriale.

Il vero banco di prova della nuova Lucasfilm non sarà il cambio di nomi, ma la capacità di prendere decisioni nette su progetti che oggi restano sospesi.
Quella responsabilità ora passa a Filoni e Brennan. E questa volta, non potrà più essere attribuita a chi ha appena lasciato il comando
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