Il primo capitolo sulle Guerre Mandaloriane ha enucleato l’eclettica figura di Revan e seminato le basi per le future germinazioni diegetiche. La storia dell’uomo che attraversò il tempo e lo spazio per dischiudere i misteri della Forza prosegue verso l’incredibile, nell’attesa di conoscere la propria nemesi.
Il vero Impero Sith
Il dopoguerra e l’operato di Revan
La Battaglia di Malachor V suggellò il completo annientamento dei Mandaloriani. Le lesioni della guerra avrebbero doluto per secoli, mentre la memoria avrebbe cauterizzato quegli orrori negli animi dei sopravvissuti. Nelle settimane successive alla conclusione dello scontro galattico, Revan ordinò l’immediata demilitarizzazione dei Mandaloriani e lo smantellamento dei loro droidi Basilisk. Inoltre per prevenire l’ascesa di un nuovo Mandalore che si rivalesse della Repubblica, requisì la maschera dell’Ultimo, icona di autorità e supremazia presso il popolo belligerante. Come consecuzione, molti Mandaloriani si smarrirono nelle disonorevoli pratiche del brigantaggio e della caccia alle taglie, trasformandosi da valorosi combattenti in mercenari dozzinali. Nell’immediato dopoguerra, il Jedi Revanscista costruì altresì il droide assassino HK-47, progettato sui modelli HK-24 della Corporazione Czerka e preposto all’omicidio furtivo. Una losca profilassi contro qualsiasi insidia per la pace tanto sofferta: la tragedia di Malachor V non avrebbe mai più dovuto reiterarsi.
Le Guerre Mandaloriane furono uno spietato mentore per la galassia, che inoculò il veleno del rancore e la causticità della paura nei cuori della popolazione. I numeri di profughi e vittime crebbero esponenzialmente, abbandonando molti a languire nella penuria e nel cordoglio, mentre un miasma di scetticismo effondeva sulla miseria. I rappresentanti più autorevoli delle istituzioni esordirono una metamorfosi agli occhi ruvidi dei rifugiati: i protettori divennero sopraffattori e le guide dittatori. Le responsabilità delle nefandezze belliche furono totalmente perequate e presto la giustizia declinò in un valore soggettivo.

Perfino la rinomata atarassia dell’Ordine Jedi ne risultò inficiata, poiché il Revanscismo si tradusse in una scissione interna dalle sembianze più ideologiche che metodologiche. Nella storia dei Jedi gli scismi furono sempre sinonimo di fallimento didattico, costringendo la dottrina a riesaminare i propri dogmi. Dal Primo Grande Scisma di Xendor (24500 BBY circa) al Secondo Grande Scisma, da cui sorse il primo Impero Sith di Ajunta Pall (6900 BBY), i Jedi percorsero ogni volta la perentoria via del conservatorismo, piuttosto che l’audace sentiero della rifondazione.
Le trasgressioni, bollate come eresie, condussero sempre l’Ordine a confliggere con i dissidenti. Dove sono la speranza e il diritto al perdono, se di assolutismi si veste chi predica la redenzione? Non volendo dunque ripetere gli errori passati, il Consiglio Jedi deliberò di appellare Meetra Surik, Revan e Malak a processo. Ravvisare la semantica delle Guerre Mandaloriane avrebbe permesso di addivenire a una soluzione che mitigasse gli antagonismi.
La sentenza dei Jedi
L’eccidio di Malachor V gravò così tanto sulla mente e lo spirito dell’ex-generale Surik, che recise volontariamente ogni legame con la Forza. In effetti la prode veterana possedeva l’innato talento di instaurare Catene di Forza con chiunque ispirasse, e la percezione simultanea dell’ecatombe planetaria rischiò di ucciderla. Una pena inintelligibile che asfissia la volontà di vivere e parossisticamente rende la Forza un pericolo per l’esistenza. Per Meetra Surik fu una scelta improba tra l’autoconservazione e l’annichilimento nel campo metafisico, che la coartò a ricusare la Forza stessa. La sua ineffabile fortitudine la indusse altresì a rispondere all’appello processuale del Consiglio Jedi, la cui sentenza fu infine la proscrizione.
I due capi Revanscisti per converso declinarono la chiamata dell’Ordine Jedi e si inoltrarono nelle Regioni Ignote, col pretesto di braccare i Mandaloriani superstiti. Presto di Revan e Malak non rimase alcuna traccia nella galassia conosciuta e i debiti del passato persero progressivamente valore. Contrariamente alle esortazioni di Malak, Revan non volle nemmeno perseguitare e tacitare la vecchia compagna d’arme Surik, parificandone la nuova condizione esistenziale a una fatidica dipartita.

La dinastia Dramath
Gli eroi delle Guerre Mandaloriane si indirizzarono sul pianeta glaciale di Rekkiad nell’Orlo Esterno, seguendo le coordinate fornite da Mandalore fino alle Lance Gemelle, due altopiani svettanti per chilometri. Su una delle sommità i Jedi rinvennero l’accesso a una cripta millenaria, nella quale riposava l’antico Signore dei Sith Dramath il Secondo. La salma custodiva nel proprio sarcofago un datacron conducente a Medriaas (alias Nathema), un mondo sperduto dei Sith il cui remoto silenzio avrebbe infine sussurrato i segreti più terribili della galassia. Allorché Lord Dramath fu riconsegnato alla pace del torpore eterno, Revan lo inorpellò con la maschera di Mandalore l’Ultimo. Così nessun erede dei Taung avrebbe più potuto reclamarla e la civiltà bellicista ne sarebbe risultata esautorata.
Dopo un lungo viaggio attraverso le profondità sideree, Revan e Malak atterrarono su Nathema e ivi contemplarono la subduzione della realtà nelle falde dell’Averno. Ove la mente oltrepassa l’inconcepibile, approdando sulle rive del folle ignoto, ecco che si disserra il varco di un terrore sinestetico tra spirito e corpo, il cui fine è il nichilismo. Nel 4999 BBY l’intero pianeta fu spogliato della Forza in un esecrabile rituale alchemico, cagionando l’estinzione della biosfera e nutrendo l’edonismo di un Signore dei Sith che infine conquistò l’immortalità. L’Imperatore Darth Tenebrae riuscì per la prima volta nella storia galattica nell’impresa più straordinaria e sacrilega di tutte: uccidere la Forza.
Il potenziale celato nelle Catene di Forza bussò nuovamente alla porta di Revan ed egli comprese che a un simile male non è assolutamente permesso permanere, per la salvezza di tutti. L’antico Impero Sith, frantumato dalla Grande Guerra Iperspaziale, fu trascinato in un logorante esodo per le Regioni Ignote, fino alla nuova capitale di Dromund Kaas. Ivi il sovrano imperituro insediò il proprio trono e ricostruì l’istituzione del Lato Oscuro. L’impellenza della minaccia non ammise tergiversazioni e Revan e Malak si diressero verso il cuore del prisco nemico dei Jedi.

La capitale del peccato
Dromund Kaas grandeggiò austero innanzi alla coppia di Revanscisti, i quali allibirono al ritrovamento di una civiltà Sith perfettamente prospera e autarchica. Il pianeta, perennemente vessato da cumulonembi e saette, peregrinava abulicamente nella Caldera Stygiana, recando la concretizzazione degli incubi più reconditi della galassia e demistificando qualunque speranza. Una sentina di depravazione che avrebbe contuso ogni animo integerrimo e da cui la rettitudine mai avrebbe intrapreso ritorno. Revan e Malak lo sapevano bene e arditamente si infiltrarono tra le schiere imperiali, fingendosi mercenari.
I Jedi trascorsero mesi ad apprendere meticolosamente i progetti e la gerarchica dei Sith, finché non compresero che Nathema era invero il vaticinio dell’apocalisse. L’Imperatore Vitiate difatti stava divisando un’invasione galattica senza precedenti, volta a imbandire l’ara di un nuovo e imponente rito. Questa volta avrebbe banchettato con la Forza di tutta la galassia per saziare una maligna ingordigia e innescare il flogisto dell’onnipotenza. L’Universo avrebbe udito l’epinicio dell’inesistenza, il requiem della Forza.
Troppo superbi e incauti, Revan e Malak penetrarono occultamente nella Cittadella Imperiale, diretti al palazzo per attentare alla vita di Darth Tenebrae. Coadiuvati da Yarri, una Guardia Imperiale corrotta, riuscirono a introdursi nella sala del trono, senza subodorare tuttavia l’incipienza di una trappola. Invero tutti i Sith della Guardia erano plagiati e incatenati alla volontà dell’Imperatore, e nessuno avrebbe mai calcato la superficie del pianeta eludendone la rete di spie. Non appena giunsero al cospetto di Vitiate, i Jedi estrassero velocemente le spade laser, ma il monarca violò le loro menti con la medesima truculenza del maglio che percuote l’incudine. Il Lato Oscuro esondò impetuoso nei pensieri dei malcapitati e, mentre l’Imperatore incedeva flemmaticamente verso gli avversari, ne carpiva i segreti. Questi si prostrarono in servaggio ai suoi piedi, ormai ebbri del male.
L’avventatezza dei due Jedi costò loro l’illibatezza psichica, mutandoli in pedine nella scacchiera del sire assoluto, pronte a costituire l’avanguardia della prossima invasione. Tenebrae conferì quindi ai nuovi servi lo status di Signori Oscuri dei Sith e li appellò onorificamente Darth Revan e Darth Malak. In quel momento, dinanzi al Cocito della Forza, nacquero due dei Sith più potenti della storia, le cui gesta avrebbero traversato gli annali con la magnitudine di una burrasca. Quale destino toccò ai Mandaloriani, così i Signori Oscuri furono incaricati di tornare nello spazio conosciuto, rintracciare la Star Forge e sfruttarne i miracolosi strumenti per sovvertire la Repubblica Galattica. Simultaneamente al popolo Sith della Città di Kaas pervenne la notizia di due spie Repubblicane, tempestivamente arrestate e giustiziate nelle profondità della Cittadella Imperiale. La missione di Revan per salvare la Repubblica fu un fallimento madornale.
Verso la Forgia Stellare
Recedendo dalla verità di un mondo oltre lo spazio e la coscienza, Darth Revan e Darth Malak iniziarono con lestezza la missione del nuovo padrone. Fruirono della previa rotta della Mappa Stellare di Dantooine per visitare gli atlanti Rakatani già identificati su Kashyyyk e Korriban, nonché quelli mancanti su Tatooine e Manaan. Arrivato alla Valle Cimiteriale dei Signori Oscuri di Korriban, Revan approfittò dell’irripetibile occasione per eviscerare i segreti degli antesignani dell’Impero Sith e ne saccheggiò i sepolcri tra le sabbie scarlatte. Siffatta ricchezza culturale e le trapassate usanze alchemiche sulla coazione della Forza, riposavano al fianco di quelle mummie avvizzite e avvinsero le brame sapienziali del Crociato.
Dentro la tomba del Signore Tulak Hord, antico spadaccino la cui maestria schermitrice mai fu superata (e mai sarà tramandata), Revan depredò la sua maschera, un unicum capace di conferire occultamento agli utenti del Lato Oscuro. Avviò inoltre la registrazione del proprio Holocron Sith, il quale rendicontava le scoperte archeologiche e le elucubrazioni sul rapporto tra Maestro e Apprendista Sith. La Mappa Stellare di Korriban era allocata invece nelle profondità del mausoleo di Naga Sadow, un vuoto monumento alla megalomania di un sovrano, che inglobò il macereto di un regno ancestrale.

Revan e i Rakatani
Congiungendo i tasselli cosmografici, Revan e Malak triangolarono finalmente la posizione della Forgia Stellare e nel 3959 BBY giunsero nel Sistema di Lehon, culla della civiltà Rakatana e dell’Impero Infinito. Nella vacuità siderale brillava la stazione spaziale con superba e tremenda magnificenza, troppo antica per calersi delle vicende mortali. Una sinergia esistenziale tra artifici e Lato Oscuro oltre la finitezza dell’individuo. Il plasma della stella attigua Abo alimentava quel terrore tecnologico, orbitante nelle spire gravitazionali dell’oblio.
Davanti a quel monolitico artefatto atemporale, dalla presenza quasi divina, Revan e Malak basirono, mentre abbrivavano la propria astronave. Il vascello subì improvvisamente un fascio vibrazionale, causato da uno scudo disgregatore a protezione della stazione, obbligando i Sith a un atterraggio di fortuna su Rakata Prime (Lehon). Schiantatisi sulla superficie del pianeta natale Rakatano, la nave non riportò gravi danni, tuttavia una tribù aborigena in avanscoperta circondò gli sventurati ospiti. Darth Malak fu pronto allo scontro, ma Revan placò sagacemente la mano del compagno, arguendo che i locali li avrebbero condotti dal proprio capo.

I Rakata Neri erano una comunità autoctona bellicosa, la quale si contendeva il controllo del pianeta con la tribù rivale degli Anziani, unici detentori dell’eredità gnoseologica Rakatana. Dopo il crollo dell’Impero Infinito, i Rakatani regredirono a uno stato primitivo e le millenarie guerre intestine ne aggravarono le condizioni sociali, fino a costellare Lehon di autarchie segregazioniste e guerrafondaie. Gli antichi fasti ormai giacevano in frantumi tra le avite reliquie inanimate e i Rakatani ne dimenticarono gli scopi. Revan comprese che non avrebbe mai acceduto alla Star Forge, se non avesse patteggiato coi tribali, pertanto si consegnò loro placidamente con Malak.
I Rakata Neri portarono i prigionieri al cospetto del capotribù, denominato l’Unico, col quale però risultò impossibile interloquire per il suo linguaggio primordiale. In un atto di elegante ferocia nel Lato Oscuro, Darth Revan svelse dal cervello dell’Unico la conoscenza della sua lingua natia e vi inoculò la Basica, come fosse sempre stato il suo idioma naturale. Quanto sottratto fu poi assorbito dalla psiche del Sith per fini utilitaristici. Riuscì così a stipulare un patto coi Neri, i cui termini verterono sul latrocinio di un tomo posseduto dagli Anziani, in cambio dell’ingresso al Tempio degli Antichi. Difatti in tale struttura albergava la chiave per violare lo scudo della Star Forge, ma il segreto per aprirne i portali era vergato tra le pristine scritture dell’insostituibile libro Rakatano.

L’eredità dell’Impero perduto
Alle soglie della detritica dimora degli Anziani, i Signori dei Sith si appropinquarono accortamente, domandando udienza agli arcaici saggi. Non presagendo alcun male e intrigati dagli inconsueti extra-mondo, la tribù acconsentì alla loro richiesta e Revan colse l’opportunità per carpire i massimi sistemi dell’Impero Infinito. Anzitutto il Revanscista disquisì con un ricercatore chiamato Ll’awa, il quale lo ragguagliò sulla caduta del dominio Rakatano.
Più di 26 millenni addietro (30000 BBY) l’Impero Infinito raggiunse l’apice dello splendore con la sottomissione quasi totale della galassia, e consolidò la propria inoppugnabilità mediante la Forgia Stellare. La tecnologia della stazione fu edificata su una matrice squisitamente Kwaiana, l’unica capace di imbrigliare la Forza nel metallo, sull’elevazione degli insegnamenti Celestiali. La Star Forge ottemperava al paradigma degli Artefatti dell’Infinito, pascendosi degli astri e del Lato Oscuro per elargire un potere infinito. Non fu soltanto la punta di diamante del totalitarismo Lehoniano, ma altresì un monumento ai peccati di coloro che eressero una longeva supremazia sul sangue della galassia. Essa fu lo specchio dell’anima Rakatana e attraverso la Forza si armonizzò con l’avidità infettiva dei vertici Imperiali, enfatizzandola in un diallele eterno.
Le guerre civili ben presto dilagarono, siglando l’inevitabile frattura dell’Impero Infinito in un doloroso decorso di millenni. Gli oppressi divennero oppressori e ribellioni incontenibili divamparono ovunque, estenuando la morsa Rakatana. Ciò che tuttavia inferse il colpo di grazia fu una misteriosa pandemia galattica, contagiosa solo per il popolo di Lehon. Questa piaga indusse una mutazione biologica che privò completamente i Rakatani della sensibilità alla Forza, abbattendo definitivamente l’Impero nel 25200 BBY.

L’inganno di Revan
Ll’awa desiderava risanare gli inerti Midi-Chlorian Rakatani e gli abili esercizi conativi di Revan in suo favore gli permisero di stringere un nuovo accomodamento con gli Anziani. Il Sith avrebbe ricevuto il consenso ad accedere singolarmente al Tempio degli Antichi, se avesse promesso di demolire la Star Forge, ponendo fine al mesto passato di Lehon. Il negoziato assunse delle connotazioni unilaterali che il Crociato dovette accettare, poiché senza l’intercessione degli Anziani il santuario sarebbe rimasto interdetto. Infatti per disserrarlo occorreva intonare uno specifico rituale in Rakatano antico, tramandato nelle pagine del tomo menzionato dai Neri, ma leggibile solamente dagli Anziani. Revan capì che L’Unico non avrebbe mai realizzato il proprio obiettivo e dunque non apparve più valevole ai suoi bisogni.
Accosto al Tempio degli Antichi, gli Anziani decantarono il rito anti-clausura, soffondendo l’ambiente di un’atmosfera catastematica, ma quieta ed eterea come le voragini oltretombali. Il sacello infine si spalancò e in quell’attimo Darth Revan tradì la parola data. Darth Malak comparve fulmineamente al fianco del compagno e i Sith inibirono con la Forza le funzionalità motorie degli astanti, per poi addentrarsi indisturbati nelle camere templari. Nulla poté più ostacolarli e, giunti al pannello di comando centrale, spensero il campo disgregatore planetario a protezione dell’installazione spaziale. Quale pietra miliare del viaggio compiuto fino a quell’istante, Revan decise di lasciare il proprio Holocron nei sotterranei del Tempio. Una proterva testimonianza di successo.
La Forgia Stellare Rakatana spiccò tracotante all’approcciarsi dei Signori dei Sith, accogliendo i forestieri sulle ferrigne e desolate piattaforme di atterraggio. Non appena Revan e Malak abbordarono la fredda superficie della stazione, una scossa traumatica pervase le loro menti: la dominazione psichica esercitata dall’Imperatore Vitiate fu spezzata e l’influenza del Lato Oscuro lenita, ma non dissolta. Interpretarono le ingiunzioni Imperiali come i propri desideri, ma mentre lo spirito di Malak rimase consunto dalle tenebre, in Revan si ridestò un’orribile cognizione. Rammentò il motivo del gravoso pellegrinaggio vissuto con l’amico: il perduto Impero Sith incombeva oltre l’astrale velo dell’anonimato. La Repubblica Galattica, logorata dalle Guerre Mandaloriane, non avrebbe mai resistito ai predatori in agguato nelle Regioni Ignote, senza un’adeguata preparazione.

Darth Revan almanaccò quindi un’audace pianificazione, la cui forza avrebbe teso l’arco dell’Oscurità, scoccando le frecce della Forgia Infinta direttamente al cuore dei Sith. Invero il Revanscista opinò il Lato Oscuro uno strumento per un fine più grande, poiché soltanto un folle avrebbe osteggiato le tenebre senza prima averne esperito le intime verità. Servire senza asservirsi è l’intrinseco paradosso che gli “eretici” della Forza sono chiamati a fronteggiare e che demarca il labile limite tra la caduta e il sacrificio. Revan lo sapeva perfettamente e avrebbe abusato del Lato Oscuro per affrancarsi dalle inibizioni emotive, mentre le macchine della Star Forge avrebbero fortificato la Repubblica contro l’apocalisse. Talvolta la salvezza va imposta.
I miracoli della Star Forge
Il Signore dei Sith si votò assiduamente allo studio della stazione Rakatana. Prelevò un minuscolo frammento meccanico e vi eseguì alcuni esperimenti dai risvolti eccezionali. Scoprì che la facoltà di produrre indefinitamente armamenti e astronavi impallidiva rispetto alle vere possibilità dell’installazione. Questa difatti assimilava qualsivoglia essenza le venisse somministrata (addirittura la Forza) e la plasmava nei sostrati fondamentali dell’Universo: vivande, acqua, aria e perfino la vita. Se avesse disposto del tempo necessario, avrebbe potuto assemblare intere galassie, senza iperbole alcuna. Quella tecnologia era viva e si connotava di una prisca autocoscienza, la quale interferiva con l’energia e la Forza circostante. Il simbolo dell’Impero Infinito fu tuttavia la concausa del suo tracollo, perciò Revan comprese la necessità di minimizzarne l’esposizione. Un operato che Darth Malak fraintese invece quale segno di debolezza.

Per preservare il manufatto ed esplorarne gli sviluppi sperimentali, Revan lo nascose nelle profondità urbane di Nar Shaddaa, affidandolo a una congrega di fedeli schiavi Ongree. Come le cellule di un tessuto cooperano in un sistema funzionale e autosufficiente, il frammento Rakatano crebbe in efficienza e dimensioni, fino a divenire il teoretico Motore Infinito. Il Grande Complesso dove gli alieni risiedevano avrebbe così prosperato nei secoli, beneficato dell’uroborico sostentamento energetico del dispositivo. A lungo le discendenze Ongree avrebbero ottemperato pedissequamente alle istruzioni del benefattore Sith, deificandone la figura nel tempo.
L’epica di Revan continua…
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