Capitolo II
La Luna di Giada
Lo spazio freddo e silenzioso scivolava via velocemente. Solo una volta Boba vide un Incrociatore dell’Impero solcare il limite della Fascia Esterna, scomparendo poco oltre il pulviscolo amaranto che segnava l’ingresso alla galassia.
Il gigantesco pianeta Nuul era lì davanti a lui. Somigliava ad una grossa arancia butterata da migliaia di crateri, ma aveva un’atmosfera azzurrina, tanto che a Boba ricordò l’odiato Geonosis.
- La Luna di Giada è qui dietro – disse il cacciatore di taglie a un Trebonda perso in congetture imperscrutabili. Lo sguardo della creatura pareva sondare lo spazio alla ricerca di qualcosa. Boba Fett lo vide attraverso i piccoli monitor della consolle collegati alle telecamere nascoste della cabina di pilotaggio. Qualcosa non andava, la creatura nascondeva senz’altro un piano personale.
Boba si concentrò sulla rotta e circumnavigò Nuul. La Luna apparve subito dopo sul lato buio del pianeta. Persino nel cono d’ombra di Nuul essa pareva rilucere di una propria opalescenza giallastra. Luna di Giada: era proprio un nome che le si addiceva.
Lo Slave I indugiò sulla superficie piatta e liscia del corpo lunare solo per poco. Boba Fett atterrò in un punto indicato da Trebonda, nel bel mezzo di una grossa spianata dalla quale spuntavano strani alberi spinosi che s’innalzavano nel cielo per decine di metri. I due scesero dalla nave e Trebonda Kilk si girò intorno alla ricerca di qualcosa.
– Di qui in poi devi continuare da solo – gracchiò il Rietkin. Una folata di vento spazzò la polvere gialla del suolo e Boba si voltò verso la creatura.
– Ovviamente rimarrai fuori dello Slave I: non voglio nessuno a bordo della mia nave in mia assenza -. Era un ordine emesso in tono tagliente e minaccioso. Gli occhi di Trebonda si fecero due fessure rossastre e scrutarono il cacciatore. – Naturalmente – disse – naturalmente -.
Boba premette un pulsante sul pannello dei comandi sull’avambraccio sinistro dell’armatura e la nave si assesto nella sabbia con un cupo brontolio, i razzi propulsori sbuffarono e il portellone della rampa d’accesso si sigillò ermeticamente.
- Sei solo anche tu, Trebonda - aggiunse Fett con un sorriso sarcastico – e senza armi. Se non vieni con me, bada a te stesso -.
Il Rietkin si sentì avvampare di collera ma non si scompose, riconoscendo che se avesse obiettato in quel momento avrebbe di sicuro avuto la peggio.
Quando Boba Fett si fu allontanato verso la grande costruzione che pareva un tempio e sparì oltre le nuvole pulverulente sollevate dalla brezza notturna che si era intensificata, Trebonda tirò fuori dalla sua tunica amaranto una trasmittente dalla strana forma tondeggiante, la posizionò a terra e premette un pulsante. Un treppiedi metallico si infisse nel terreno e la parte sferica si allungò su un’antenna che ne uscì. Una luce rosso fuoco prese a ronzare sulla punta dell’apparecchio.
Un istante più tardi nel cielo della Luna di Giada comparvero tre navi dall’aspetto affusolato e di colore bianco latte.
Il vento ululava nelle orecchie del giovane Fett quando prese a salire i gradini del Tempio degli Antichi.
“Gli spettri della Forza”. Quel nome gli rimbombava nella testa come un oscuro monito. Improvvisamente Boba si trovò di fronte a un portale immenso. Al di là c’era il misterioso oggetto che la strega di Strixaal cercava, l’oggetto che se fosse stato da lui rubato avrebbe fatto avverare le parole dell’indovina. Boba non esitò, la blaster ben salda in mano, attraversò il portale e le tenebre si addensarono intorno a lui.
Rosso e beige. I colori presero a mulinellare intorno a lui, ma stavolta non era sprofondato nel sonno, non era sotto l’effetto delle droghe: era sveglio! Fett cercò di scrollarsi di dosso la paura che gli stava lentamente paralizzando le gambe e s’immobilizzò, scrutando quei colori.
“Non sono reali”, ripetè nella sua mente. Allora i colori scomparvero, e lui riuscì a percorrere alcuni metri. Vide che una leggera luce bianca danzava sulle pareti sottoforma di migliaia di scintille. Era un corridoio lungo e dalla volta molto bassa, non ne riusciva a scorgere la fine.
Boba.
Una voce s’insinuò nella sua mente. L’uomo trasalì ma si costrinse a mantenere l’attenzione salda sulla sua avanzata e sul motivo per cui era venuto in quel luogo maledetto.
Boba, vieni da tuo padre.
Boba Fett scosse la testa. Il padre era morto vent’anni prima nell’Arena, la sua testa mozzata dal cavaliere Jedi.
Qui tutto torna com’era una volta, Boba.
- Va via – gridò il mandaloriano. L’eco della sua voce rimbombò nella profondità del corridoi o perdendosi chissà quanti metri più avanti.
Guarda.
Boba si ritrovò in una stanza dalle pareti bianco latte, immersa nella luce confortante dei neon. Oltre una finestra si scorgeva un oceano in tumulto: grosse onde spumeggianti color cobalto s’infrangevano su curiosi edifici a cupola sotto un cielo plumbeo.
- Ma questo é… -
Kamino, figlio mio.
Una mano si posò sulla sua spalla. Boba Fett si girò e vide il padre, Jango, col sorriso stampato sul volto abbronzato.
Ti voglio bene, figlio mio.
L’uomo strinse Boba al suo petto, ma un istante dopo si udì il suono della blaster, più e più volte. Boba Fett aveva infranto la finestra ellittica della stanza e di nuovo le pareti luccicanti del tempio erano apparse al posto dello spettacolo della tempesta. Allora la stanza tremolò come se fosse stata fatta di fumo, così anche l’immagine di Jango, e tutto svanì.
Boba sentì che il cuore gli usciva dal petto tale era stata l’emozione e la paura, rendendosi a malapena conto che il corridoio era cambiato. Adesso aveva di fronte una sala piccola e buia, al cui centro roteava nell’aria un oggetto prismatico che emetteva un luce azzurrina.
Il Daeon.
Boba si avvicinò all’oggetto e, guardingo, allungò la mano guantata per afferrarlo. Il talismano scivolò nelle sue mani senza problemi, emettendo un calore che si arrampicò lungo il braccio, ma in quel momento un potente fragore scosse l’intera costruzione.
Boba Fett non ebbe più dubbi: in qualche modo Trebonda Kilk aveva organizzato una trappola per prendersi tutte le glorie promesse dalla fattucchiera.
Il mandaloriano allora schiacciò un pulsante sull’avambraccio e qualche istante dopo il razzo propulsore che aveva sulla schiena lo proiettò nella profondità del corridoio, mentre altri tre cupi boati scossero la volta del tempio che cominciò a crollare.
La fuga furibonda pareva non avere fine, Boba annaspò tra calcinacci e polvere che si staccavano dalle pareti. Mentre le ultime pietre crollavano a sigillare il portale della costruzione il cacciatore di taglie fu fuori. Fett si catapultò verso lo Slave I, mentre una pioggia di laser verdi piombò dall’alto letale e precisa. Il razzo propulsore si sganciò dalla schiena e l’uomo precipitò per alcuni metri andandosi a schiantare nella sabbia e pochi passi dalla sua nave.
Boba scosse la testa e si rialzò immediatamente, appena in tempo per catapultarsi dietro un macigno per evitare un’altra scarica di laser che aveva scavato un a trincea intorno a lui.
- Boba Fett, quanto tempo! -. Una voce profonda ma cristallina provenne dalle sue spalle. Vide un uomo vestito con un’armatura verde avanzare verso di lui.
- Baraz Grahm! – esclamò Boba incredulo.
L’uomo si avvicinò con un sorriso sarcastico dipinto sul volto. - I laser delle mie navi sono puntati su di te - disse. A Boba non servì neppure sollevare lo sguardo per rendersi conto delle tre navi modello T-Wing che stazionavano un centinaio di metri sopra le loro teste.
- Quella carogna di Kilk – sbottò Fett – dovevo immaginarlo -.
- Sei abile e furbo, ragazzo, ma non più di me – ammise Grahm. – Consegnami il Daeon e ti risparmierò la vita -.
Boba si mise in piedi e si sfilò il casco. – Sei così sicuro di potermi minacciare a questo modo, Baraz? -.
Il pirata dello spazio esitò un attimo. – Ci sono i laser puntati su di te, pronti a far fuoco se solo accenni a muoverti -. In quel momento una figura alta e stilizzata si portò dietro il pirata che lo aveva attaccato. Trebonda Kilk fissò Boba Fett, gli occhi che sprizzavano tutto il loro odio.
– Sei stato ingenuo a fidarti di me, impavido cacciatore di taglie - mormorò il Rietkin, tendendo la mano verso il giovane. – Consegna il Daeon - .
Boba Fett allora portò tutt’e due le mani dietro la schiena. – Eccolo – disse. Fingendo con un movimento falso del polso di tirare fuori l’oggetto magico, Fett premette invece un pulsante sull’avambraccio. Un grosso boato scosse l’atmosfera mentre il sole stava sorgendo dietro l’orizzonte. I T-wing allora ruotarono i loro laser contro lo Slave I, ma quando fecero fuoco la nave si era già sollevata nell’aria puntando dritto su Baraz Grahm. Boba sorrise.
– Cosa vuoi fare – chiese – salvarti decidendo di andare via, oppure subire anche tu la furia dei miei razzi? -
Baraz esitò, la fronte madida di sudore. Avvampando di collera si voltò e affondò una lama nel ventre di Trebonda Kilk. La creatura rantolò di dolore e si accasciò nella sabbia.
– A quanto pare entrambi siamo sotto tiro, Fett - ammise il pirata. – che ne dici di un duello con le blaster? -.
Il giovane socchiuse gli occhi.
- Come preferisci, Baraz, ma ti assicuro che sarai tu ad avere la peggio -
Così Baraz e Boba sfilarono velocemente le loro pistole dalla cintola. Era una questione di precisione e di sangue freddo. Un suono metallico sembrò superare il rombo dei motori dei velivoli che stazionavano su di loro come grosse sentinelle. Le ombre della luce nascente si allungarono sulla sabbia, e il loro rosso si mescolò a un rosso ancor più vivo: quello del sangue.
Boba Fett si allontanò velocemente dal luogo del duello, i laser dei T-Wing alle calcagna. In un istante il portellone dello Slave I fu davanti a lui. Il giovane entrò nella sua astronave, ma una mano calò su di lui afferrandolo alla gola.
Trebonda Kilk emise un rauco rantolo di piacere.
– Quello stupido di Baraz non si era accorto che avevo una pellicola antiurto sotto la mia tunica – disse con una diabolica venatura di piacere nella voce. – Ora è la tua fine, Fett -
Gli artigli del mostro cominciarono ad affondare nella pelle dell’uomo, ma Boba riuscì a divincolarsi dalla stretta mortale e a menare un calcio in faccia alla creatura. Il Rietkin scivolò all’indietro, inciampando nella sua stessa tunica.
– Non mi sfuggi, verme - gracchiò la creatura, ma troppo tardi. Boba Fett era seduto alla cabina di pilotaggio. Azionando i propulsori al massimo fece innalzare la nave verticalmente nell’atmosfera. In quel momento un laser dei T-Wing colpì un fianco dello Slave I facendo perdere l’equilibrio a Trebonda che scivolò oltre il portellone della rampa d’accesso rimasta aperta, precipitando nel vuoto.
Nello spazio siderale fu questione di minuti. Boba fece volteggiare lo Slave I con gran maestria, evitando le raffiche di laser che si abbattevano implacabili nelle immediate vicinanze del velivolo. Il cacciatore di taglie sganciò le bombe sismiche e dei tre velivoli inseguitori non rimase traccia.
Epilogo
La ricompensa
Clin Teselner giaceva rivolta su un fianco sul letto a baldacchino nella sua stanza. La fattucchiera stringeva in mano l’oggetto chiamato Daeon. Una luce amaranto uscì dal talismano allorquando la strega usò i suoi poteri per richiamarne il potere.
Quando Boba Fett fu già lontano dalla dimora dell’indovina, la Twi’lek era tornata splendente come una ragazzina. Si avvicinò a una finestra ovale e sorrise. – Le vie del Lato Oscuro si aprono davanti a te, mio giovane amico -.
In quello stesso momento l’indovina trasalì.
Due colori si formarono nella sua mente: giallo e marrone. Vide un deserto sconfinato e luccicante sotto un sole cocente. Un grosso veicolo a forma di barca stazionava su una voragine nella sabbia dalla quale fuoriuscivano zanne e tentacoli.
Un uomo dalla viola armatura precipitò urlando nella fossa, svanendo nelle fauci della grande creatura.
In qualche modo gli Spettri della Forza avrebbero influenzato il destino del giovane Fett, intessendo la loro vendetta.
Clin Teselner vide lo Slave I sollevarsi nella notte, e si augurò in cuor suo che il giovane cacciatore di taglie non tornasse più da lei.
F I N E