a cura di Boba Fonts

Era già accaduto una prima volta alla conclusione della Trilogia Classica, dopo il 1983, e accade nuovamente al termine di quella dei Prequel: Lucas, alla chiusura di una fase della sua epopea sul grande schermo, forte dei consensi e di un pubblico consolidato, tenta la strada delle produzioni televisive. Una scelta che non stupisce chi è conscio delle origini “genetiche” della saga da lui concepita, che sgorga dalle sue esperienze giovanili di spettatore di serial pulp / sci-fi del sabato mattina, il più nobile dei quali -ma non l’unico- è Flash Gordon. La serialità, nobilitata al massimo grado e quasi oscurata dal progetto grandioso e organico della saga filmica, riemerge nella sua forma più aperta e giocosa nella scansione episodica dei prodotti per il piccolo schermo che il regista mette in cantiere, “tornando” a ciò che SW in realtà non è mai stato finora ma era nella sua mente prima di essere.

La differenza rispetto a quei discutibili esperimenti per bambini che furono le serie Ewoks e Droids tra il 1985 e il 1986 è che stavolta Lucas vuole fare le cose in grande e rendere i nuovi prodotti adatti anche a palati meno infantili. Il dodicenne che c’è dentro ogni fan resta ancora e sempre (come nel caso dei film!) il suo target preferito. Ecco allora prima la serie di brevi ma splendidi episodi di Clone Wars affidati al genio di Genndy Tartakovsky (dei quali trattiamo nell’apposita sezione) tra il 2003 e il 2005, prima dell’uscita di Episode III; e poi, dopo tre anni di silenzio, questa ulteriore e quasi omonima The Clone Wars diretta da Dave Filoni che parte nell’autunno del 2008, preceduta da un controverso ma godibile “pilota” proiettato al cinema come film (anch’esso dal titolo The Clone Wars, per la gioia di chi cerca di mettere ordine). Una scorpacciata di produzioni, insieme a un numero ormai incalcolabile di libri e fumetti, sulla fantomatica e per decenni vagheggiata guerra dei quoti… ehm, dei cloni, guerra dei cloni!

L’opera dell’italoamericano sembra fin da subito riallacciarsi al tratto squadrato e stilizzato (da molti criticatissimo) di Tartakovsky, al quale viene però aggiunta la terza dimensione, fattore non di poco conto quando si tratta di trasformare un tratto non realistico su carta nello stesso tratto egualmente irreale ma in uno spazio tridimensionale. L’aspetto conferito ai characters che ne risulta suscita un vespaio di polemiche per la rigidità dei modelli CGI dei personaggi, non più espressivi dei britannici Thunderbirds di plastica e stoffa degli anni ’60. Ma dopo alcuni minuti, a dire il vero, ci si abitua.

Estetica adottata a parte, la serie di Filoni dimostra come quella di Tartakovsky di voler fare sul serio, ponendo al centro della storia Anakin Skywalker, cioè il protagonista della saga stessa: fugato, dunque, il dubbio che la serie potesse diventare uno spin-off come quelli del passato, incentrati su personaggi minori. Accanto al Prescelto, promosso sul campo a maestro di fatto -benché non formalmente- per l’emergenza della guerra dei cloni e per mettere alla prova la sua maturazione, la giovane padawan togruta Ahsoka Tano, irruente e disobbediente almeno quanto il suo giovane mentore; ma proprio per questo in sintonia con lui come altri non avrebbero potuto essere. Tra battibecchi, avventure, scene epiche, gesta eroiche dei Jedi e le insidie tese da tutti i villain (Dooku, Grievous, Asajj Ventress e Darth Sidious) la serie si presenta con una formula che, per quanto all’insegna dell’animazione per ragazzi, dell’azione e dell’ironia, si colloca non troppo lontano dai film stessi della saga.



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