La minaccia fantasma & La tigre e il dragone:
visioni parallele

di Luisa “Lys” Monnet

 

Accomunati l’un l’altro per la padronanza delle arti marziali e per lo spirito orientale e mistico che guida le loro vicende, questi due film hanno diviso l’immaginario filmico degli ultimi due anni per le loro altrettanto palesi differenze, di genere, periodo e regia.

Questa schema conciso degli elementi centrali di entrambi i film, degli scopi e delle suggestioni recondite che giacciono dietro all’uso dei potenti mezzi di regia, scenografia e sceneggiatura, ha lo scopo finale di estrapolare da questa rapida analisi quella visione o quelle ‘visioni parallele’ che hanno consentito di accostare tra loro due capolavori e due universi completamente diversi, ma portatori di messaggi e significati universali.

 

 La spada

Ne La tigre e il dragone il “destino verde”, l’antichissima arma del maestro Li Mubai è il fulcro intorno al quale ruotano tutte le vicende del film, a partire dal furto della spada stessa; intorno al suo ritrovamento, alla contesa che nasce per il suo possesso si snodano le stesse esistenze dei protagonisti, che paiono vivere in funzione di essa. Jen, l’aristocratica figlia del governatore di Pechino, la ruba “per gioco”, ma in realtà attirata dal suo significato e dalla nuova vita cui può condurla il suo possesso; per Li Mubai la spada rappresenta insieme passato e futuro: il suo tentativo di sbarazzarsene per liberarsi dell’antica vita da guerriero errante e iniziarne una nuova, finirà invece per legarlo ancora più strettamente all’arma e ai suoi ideali, come testimonia la suggestiva e silenziosa danza che intreccia per celebrare il ritrovamento della spada.

Come simbolo della vita del guerriero, dei pericoli, delle decisioni ambigue che determinano il suo uso (il sangue che si versa scivola via facilmente dalla lama, restituendo un’immagine ‘pulita’ dell’arma), il “destino verde” lega tutti i momenti salienti del film scomparendo e ricomparendo quando necessario, passando di continuo da una mano a un’altra. Dietro a questo desiderio di possesso, di affermazione e rivendicazione della propria identità e della propria libertà, si celano i dettami delle discipline orientali, il percorso graduale di addestramento, di perizia con la spada, la comprensione totale dell’arma come prolungamento di sé.

Un cammino lungo e tormentato riflesso appieno nel rapporto tra maestro e apprendista, valido tanto per la giovane Jen, quanto per Obi-Wan Kenobi che nel Tempio Jedi e soprattutto sotto la guida di Qui-Gon Jinn giunge alla scoperta finale del proprio posto nella vita: l’atto ultimo di questo cammino per Obi-Wan coincide con la perdita della propria arma e con l’acquisto per merito di quella del maestro ucciso. Non è un caso. La via degli Jedi è cosparsa di simbologie, di progressivi passi di iniziazione: la progressiva consapevolezza di sé dell’Eroe di Joseph Campbell sposa perfettamente l’importanza e il fulcro vitale della spada come compagna di vita per i guerrieri orientali.

La spada ha i propri colori (il ‘verde’ della spada di Qui-Gon come quello della spada di Li Mubai) e i propri tempi: solo il braccio esperto e degno di merito otterrà la piena padronanza dell’arma (che “trema” infatti nelle mani dell’apprendista Jen); solo la completezza dell’addestramento consentirà a uno Jedi di costruire da sé la propria spada laser.

 

 Il “monaco-guerriero”

Gioca un ruolo fondamentale, tanto ne La tigre e il dragone quanto ne La minaccia fantasma, un po’ più monaco nel primo, un po’ più guerriero nel secondo, ma con un’uguale anima riservata e ascetica. Qui-Gon Jinn e Li Mubai appaiono secondari nell’economia dei reciproci film, che danno più spazio alla vicenda del personaggio protagonista (il dubbio del futuro di Jen ne La tigre e il dragone e la scoperta di Anakin e dei suoi poteri ne La minaccia fantasma), tuttavia, se seguiamo la tipologia classica del percorso mitico dell’eroe, il loro ruolo di guida si rivelerà essenziale per la crescita del protagonista.

Figure entrambe imponenti, tanto nel fisico vigoroso e completo della maturità quanto nell’animo fiero e coraggioso, questi due nobili personaggi, che hanno entrambi la qualifica di “maestro”, rivelano aspetti ancora più interessanti dal punto di vista psicologico. Evitando infatti la trappola elementare del personaggio positivo “tutto buono” o di quello negativo “tutto cattivo”, tanto George Lucas quanto Ang Lee dotano i loro personaggi di una compatta e complessa personalità, ulteriormente forgiata dall’insegnamento e dall’ambiente frequentato: sono i loro dubbi, la costante incompletezza che portano nascosta in sé a spingere Qui-Gon e Li Mubai a una costante ricerca, a continue prove per superare gli ostacoli e per trascendere il proprio essere limitato, secondo sfumature tipicamente orientali e buddiste.

Uguale scopo pertanto, diverse le tipologie: il dubbio di Li Mubai riguarda la propria natura divisa a metà tra ascesi monacale che lo spinge in direzione del completo annullamento di sé per trovare il Nirvana e il richiamo di questo mondo e dell’amore per Shu Lien; Qui-Gon lotta per trovare il proprio posto all’interno del rigido codice Jedi che egli continuamente sfida: la sua profonda compassione per ogni creatura lo spinge in direzione della Forza Vivente che muove ogni essere, piuttosto che verso la Forza Unificante che celebra la Vita nella sua totalità. Entrambe queste figure pertanto si muovono a disagio nel mondo, lacerati nel proprio interno dal conflitto che intendono superare solo per scoprire alla fine che il raggiungimento di un fine superiore e di una felicità completa è in realtà estraneo al loro più profondo io, che appartiene alla vita di tutti i giorni e alle persone amate. La loro vita è dominata dalla missione di guida che viene loro affidata e al contempo segnata da questo bruciante fallimento: Li Mubai non diventerà mai completamente un monaco perché la passione per la spada e per la donna che combatte al suo fianco lo muovono verso un altro destino; Qui-Gon non otterrà mai una comunione piena con la Forza Unificante perché a questa preferisce il dovere nei confronti delle creature viventi che incontra sul suo cammino. La loro grandezza risulterà comunque accresciuta proprio dalla presa di coscienza dei propri limiti.

 

 Sulla via del maestro

“Sempre due ce ne sono, né più né meno, un maestro e un apprendista”, questa frase dal vago sapore Zen pronunciata dal venerando maestro Yoda alla fine delle complicate avventure de La minaccia fantasma, sottolinea una chiave di lettura dei sentimenti che animano i protagonisti del film e che può essere tranquillamente applicata anche ai rapporti tra il maestro Li Mubai e la giovane Jen ne La tigre e il dragone.

Oltre al forte rapporto tra maestro e allievo, che si evidenzia chiaramente in entrambe le pellicole, vi è anche la peculiarità delle due figure contrapposte, ognuna con il proprio cammino e i propri dilemmi. Obi-Wan Kenobi e Jen oppongono così la propria specifica identità di “apprendisti” (o ‘Padawans’) al ruolo guida dei loro maestri, anche se all’interno di questo binomio Jen rappresenta una peculiarità ulteriore. Uniti dal loro apprendimento i due giovani sono però profondamente opposti tra di loro nel comportamento: rispettoso, misurato, quasi troppo grave per la sua età quello di Obi-Wan; ribelle, immaturo, ma dotato di incredibile talento quello dell’ombrosa Jen.

Per entrambi è fondamentale la via del maestro, l’esperienza da acquisire e perfezionare sulle orme della sua guida; torna ancora una volta in campo la ferrea disciplina che anima tutti i campi dell’attività orientale: nello sport come nel teatro, nella musica come nella danza, la Scuola è il centro del mondo e il Maestro la figura da venerare. È in quest’ottica che si innescano i meccanismi psicologici latenti che portano da un lato alla prosecuzione dell’opera del maestro una volta completato il ciclo di addestramento, dall’altro alla ribellione e alla deviazione dal cammino: Obi-Wan e Jen sono le due figure opposte in questo cammino.

Abbiamo detto come Jen in realtà non sia una figura proprio regolare di apprendista, la sua identità soffre della mancanza di una guida, come rileva in fretta Li Mubai, pure la ragazza ha trovato abbastanza intraprendenza e forza d’animo per compiere il proprio addestramento da sola. La sua tecnica è perfetta, non così la sua maturità che la porterà a non pochi passi falsi nel corso del film.

L’allievo, l’eroe ancora ignaro, termina il proprio addestramento di solito con una prova finale, dove spesso il maestro che l’ha guidato viene a mancare, per consentirgli di affrontare da solo le ultime tappe e conquistare il proprio scopo. Sia il film di Ang Lee che quello di George Lucas non sfuggono a questa tipologia mitica, tuttavia mentre Obi-Wan percorre fino in fondo il percorso, sconfiggendo il malefico Darth Maul, vendicando il maestro caduto e acquisendo il grado di cavaliere Jedi, il regista de La tigre e il dragone conclude il proprio film con una sorta di parentesi, di sospensione del flusso della vita.

Perduto il sostegno di Li Mubai, Jen non torna all’accademia Wudan per completare il proprio addestramento, né decide infine di rimanere con l’amato Lo scegliendo così l’amore. Interpreta invece a modo suo le ultime parole, l’eredità che le lascia Shu Lien (“qualunque decisione ti troverai a prendere, segui il tuo cuore”) e il suo ultimo atto resta sospeso nel vuoto, nel fiume che porta via ogni cosa, sogni, scopi, identità.

 

 La tentazione del lato oscuro

Sia il film di Lucas che quello di Lee possono entrambi essere considerati “film della via”: conduca essa alla maturità, alla felicità, oppure alla perdizione e alla distruzione di sé. Nelle due pellicole tutti i personaggi coinvolti compiono un personale cammino che li conduce a precise scoperte e a decisioni finali. Ma la via è lunga e cosparsa di ostacoli, che crescono in proporzione alla maturazione dei personaggi: il più difficile e il più inevitabile è la tentazione del lato oscuro, del male in agguato, che avvolge d’ombra il percorso dell’allievo, più fragile ed esposto al suo richiamo.

Ne La tigre e il dragone essa è tanto più perversa perché mascherata da insegnamento: Jen fatica due volte di più perché è stata mal guidata al principio. “Volpe di Giada” in questo senso compie la rovina dell’allieva, ma anche la sua vendetta, perché la stessa maestra che pensava di traviare l’allieva, allontanandola dalla retta via, in cambio delle magiche formule rubate all’Accademia di Wudan che non può leggere da sola perché analfabeta, viene invece a sua insaputa ingannata dall’allieva, che usa a proprio vantaggio quelle formule senza condividerle con la maestra. Così alla fine la stessa trappola diabolica si ritorce contro di lei: “Il veleno peggiore è una bambina falsa e bugiarda” mormora “Volpe di Giada” prima di morire, “Jen, la mia sola famiglia, il mio solo nemico.”

L’allievo che si trasforma in peggior nemico è il corollario ai malefici insegnamenti dei maestri Sith: nella trilogia classica di Guerre Stellari la prova vivente è Darth Vader, che alla fine annienta l’Imperatore, suo maestro, e riprende il suo posto nel compimento del percorso mitico dell’eroe Skywalker, suo figlio.

I Sith sono una vera e propria impersonificazione del Male nell’universo della Saga lucasiana, sono come gli orchi e i mostri marini posti sul cammino dell’eroe, con lo scopo di distruggerlo; anche il giovane Kenobi de La minaccia fantasma deve affrontare il proprio personale demone lottando con Darth Maul. Come insegna tuttavia Joseph Campbell, il vero nemico che l’eroe affronta nel duello con il mostro o il drago in ultima istanza è il male all’interno, il sé stesso oscuro che tenta continuamente di sopraffarlo.

“La paura è la via al Lato Oscuro: la paura conduce all’ira, l’ira all’odio, l’odio alla sofferenza”, il mantra recitato in continuazione in Guerre Stellari è solo un simbolo di tutto quel percorso di continue morti e continue rinascite spirituali che l’eroe deve compiere in sé prima di giungere alla meta finale.

 

 La simbologia del combattimento

Ogni film di genere si nutre di questo, è la sua colonna portante, il suo metro di valore e di onore. Nella maniera occidentale spesso il combattimento si riduce a mere sparatorie, regolamento di conti a suon di pugni e di coltelli, tecniche grossolane e puramente “gastronomiche” per la domanda di violenza ed eccitazione che deve essere comunque soddisfatta.

Nella visione orientale spesso invece dietro la parola “combattimento” si nasconde un universo di significati, di riti e di simboli: la sfida che pone di fronte all’altro i due contendenti, proprietari dello spazio circostante con i loro soli corpi (niente macchine e spesso neppure oggetti estranei, come pistole o armi varie), nasce come ultimo e più nascosto contesto di un percorso che ha portato quelle due peculiari figure infine ad incontrarsi per la resa finale dei conti.

Questo fattore identifica e diversifica le due pellicole di George Lucas e di Ang Lee, entrambi tuttavia seguaci e debitori di antichi testi orientali di tecniche marziali. Una semplice visione del “Duel of the Fates” alla fine de La minaccia fantasma e dei vari scontri che punteggiano la vicenda de La tigre e il dragone bastano a far rendere conto dell’intima peculiarità e delle differenze. Quello che qui interessa però sono gli elementi comuni, ovvero le simbologie visibili tanto nel percorso acrobatico che i due Jedi e il signore dei Sith percorrono fino allo scontro finale nel pozzo di Theed, quanto nella raffinata tecnica aerea di Wudan che rende i suoi seguaci pressoché invincibili contro tutti gli avversari nell’antica Cina.

Simboli dunque, come il ‘verde’ della spada di Li Mubai e di Qui-Gon, come gli elementi naturali di cui si nutre il duello delle donne-guerriero de La tigre e il dragone che sfruttano l’aria, la sua leggerezza per volare sopra la materia greve di tetti e mura. È la naturalezza, o meglio la “naturalità” degli elementi usati nei duelli (i voli nell’aria e sopra l’acqua) a rendere meglio di tutto la visione armoniosa del combattimento orientale, in cui il corpo umano si foggia, si piega e si adatta a quanto lo circonda, divenendo parte di esso e usandolo a proprio vantaggio.

La grazia e la decisione della passeggiata sopra i verdi arbusti dei boschi cinesi è paragonabile solo alla grazia ferina con cui Darth Maul, l’oscuro e potente contendente dei due cavalieri Jedi manovra la sua spada a doppia lama, simbolizzando con la sua figura il fulcro del Duello dei Tre.

Tutti quanti, i tre avversari de La minaccia fantasma, Shu Lien, Jen e Li Mubai ne La tigre e il dragone regalano una potente e mistica visione con il semplice esprimersi del proprio corpo, che spesso nel combattimento intreccia vere e propri balli, figure volanti e danzanti che rispecchiano una profonda comunione dell’individuo con la propria anima, con lo stesso avversario e con l’ambiente circostante.

Il simbolo ultimo di questi due percorsi filmici, delle vie chiare od oscure percorse all’interno di essi, del profondo universo nascosto nell’anima di ognuno, è la ricerca disperata e fervente dell’Armonia e della totale realizzazione di sé: l’uomo malvagio per distruggere, il saggio per condividere e conservare _

 

BIBLIOGRAFIA

Joseph Campbell, L’eroe dai mille volti

Guerre Stellari” - saggi vari

La tigre e il dragone” - articolo da “Film Makers’ Magazine”

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