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La minaccia fantasma & La tigre e
il dragone: |
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Accomunati l’un l’altro per la padronanza delle arti
marziali e per lo spirito orientale e mistico che guida le loro vicende,
questi due film hanno diviso l’immaginario filmico degli ultimi due
anni per le loro altrettanto palesi differenze, di genere, periodo e
regia. Questa schema conciso degli elementi centrali di entrambi
i film, degli scopi e delle suggestioni recondite che giacciono dietro
all’uso dei potenti mezzi di regia, scenografia e sceneggiatura, ha
lo scopo finale di estrapolare da questa rapida analisi quella visione
o quelle ‘visioni parallele’ che hanno consentito di accostare tra loro
due capolavori e due universi completamente diversi, ma portatori di
messaggi e significati universali.
La spada Ne La tigre e il dragone il “destino verde”, l’antichissima
arma del maestro Li Mubai è il fulcro intorno al quale ruotano tutte
le vicende del film, a partire dal furto della spada stessa; intorno
al suo ritrovamento, alla contesa che nasce per il suo possesso si snodano
le stesse esistenze dei protagonisti, che paiono vivere in funzione
di essa. Jen, l’aristocratica figlia del governatore di Pechino, la
ruba “per gioco”, ma in realtà attirata dal suo significato e dalla
nuova vita cui può condurla il suo possesso; per Li Mubai la spada rappresenta
insieme passato e futuro: il suo tentativo di sbarazzarsene per liberarsi
dell’antica vita da guerriero errante e iniziarne una nuova, finirà
invece per legarlo ancora più strettamente all’arma e ai suoi ideali,
come testimonia la suggestiva e silenziosa danza che intreccia per celebrare
il ritrovamento della spada. Come simbolo della vita del guerriero, dei pericoli,
delle decisioni ambigue che determinano il suo uso (il sangue che si
versa scivola via facilmente dalla lama, restituendo un’immagine ‘pulita’
dell’arma), il “destino verde” lega tutti i momenti salienti del film
scomparendo e ricomparendo quando necessario, passando di continuo da
una mano a un’altra. Dietro a questo desiderio di possesso, di affermazione
e rivendicazione della propria identità e della propria libertà, si
celano i dettami delle discipline orientali, il percorso graduale di
addestramento, di perizia con la spada, la comprensione totale dell’arma
come prolungamento di sé. Un cammino lungo e tormentato riflesso appieno nel rapporto
tra maestro e apprendista, valido tanto per la giovane Jen, quanto per
Obi-Wan Kenobi che nel Tempio Jedi e soprattutto sotto la guida di Qui-Gon
Jinn giunge alla scoperta finale del proprio posto nella vita: l’atto
ultimo di questo cammino per Obi-Wan coincide con la perdita della propria
arma e con l’acquisto per merito di quella del maestro ucciso. Non è
un caso. La via degli Jedi è cosparsa di simbologie, di progressivi
passi di iniziazione: la progressiva consapevolezza di sé dell’Eroe
di Joseph Campbell sposa perfettamente l’importanza e il fulcro vitale
della spada come compagna di vita per i guerrieri orientali. La spada ha i propri colori (il ‘verde’ della spada di
Qui-Gon come quello della spada di Li Mubai) e i propri tempi: solo
il braccio esperto e degno di merito otterrà la piena padronanza dell’arma
(che “trema” infatti nelle mani dell’apprendista Jen); solo la completezza
dell’addestramento consentirà a uno Jedi di costruire da sé la propria
spada laser. Il “monaco-guerriero”
Figure entrambe imponenti, tanto nel fisico vigoroso
e completo della maturità quanto nell’animo fiero e coraggioso, questi
due nobili personaggi, che hanno entrambi la qualifica di “maestro”,
rivelano aspetti ancora più interessanti dal punto di vista psicologico.
Evitando infatti la trappola elementare del personaggio positivo “tutto
buono” o di quello negativo “tutto cattivo”, tanto George Lucas quanto
Ang Lee dotano i loro personaggi di una compatta e complessa personalità,
ulteriormente forgiata dall’insegnamento e dall’ambiente frequentato:
sono i loro dubbi, la costante incompletezza che portano nascosta in
sé a spingere Qui-Gon e Li Mubai a una costante ricerca, a continue
prove per superare gli ostacoli e per trascendere il proprio essere
limitato, secondo sfumature tipicamente orientali e buddiste. Uguale scopo pertanto, diverse le tipologie: il dubbio
di Li Mubai riguarda la propria natura divisa a metà tra ascesi monacale
che lo spinge in direzione del completo annullamento di sé per trovare
il Nirvana e il richiamo di questo mondo e dell’amore per Shu Lien;
Qui-Gon lotta per trovare il proprio posto all’interno del rigido codice
Jedi che egli continuamente sfida: la sua profonda compassione per ogni
creatura lo spinge in direzione della Forza Vivente che muove ogni essere,
piuttosto che verso la Forza Unificante che celebra la Vita nella sua
totalità. Entrambe queste figure pertanto si muovono a disagio nel mondo,
lacerati nel proprio interno dal conflitto che intendono superare solo
per scoprire alla fine che il raggiungimento di un fine superiore e
di una felicità completa è in realtà estraneo al loro più profondo io,
che appartiene alla vita di tutti i giorni e alle persone amate. La
loro vita è dominata dalla missione di guida che viene loro affidata
e al contempo segnata da questo bruciante fallimento: Li Mubai non diventerà
mai completamente un monaco perché la passione per la spada e per la
donna che combatte al suo fianco lo muovono verso un altro destino;
Qui-Gon non otterrà mai una comunione piena con la Forza Unificante
perché a questa preferisce il dovere nei confronti delle creature viventi
che incontra sul suo cammino. La loro grandezza risulterà comunque accresciuta
proprio dalla presa di coscienza dei propri limiti. Sulla via del maestro
Oltre al forte rapporto tra maestro e allievo, che si
evidenzia chiaramente in entrambe le pellicole, vi è anche la peculiarità
delle due figure contrapposte, ognuna con il proprio cammino e i propri
dilemmi. Obi-Wan Kenobi e Jen oppongono così la propria specifica identità
di “apprendisti” (o ‘Padawans’) al ruolo guida dei loro maestri, anche
se all’interno di questo binomio Jen rappresenta una peculiarità ulteriore.
Uniti dal loro apprendimento i due giovani sono però profondamente opposti
tra di loro nel comportamento: rispettoso, misurato, quasi troppo grave
per la sua età quello di Obi-Wan; ribelle, immaturo, ma dotato di incredibile
talento quello dell’ombrosa Jen.
Abbiamo detto come Jen in realtà non sia una figura proprio
regolare di apprendista, la sua identità soffre della mancanza di una
guida, come rileva in fretta Li Mubai, pure la ragazza ha trovato abbastanza
intraprendenza e forza d’animo per compiere il proprio addestramento
da sola. La sua tecnica è perfetta, non così la sua maturità che la
porterà a non pochi passi falsi nel corso del film. L’allievo, l’eroe ancora ignaro, termina il proprio addestramento
di solito con una prova finale, dove spesso il maestro che l’ha guidato
viene a mancare, per consentirgli di affrontare da solo le ultime tappe
e conquistare il proprio scopo. Sia il film di Ang Lee che quello di
George Lucas non sfuggono a questa tipologia mitica, tuttavia mentre
Obi-Wan percorre fino in fondo il percorso, sconfiggendo il malefico
Darth Maul, vendicando il maestro caduto e acquisendo il grado di cavaliere
Jedi, il regista de La tigre e il dragone conclude il proprio
film con una sorta di parentesi, di sospensione del flusso della vita. Perduto il sostegno di Li Mubai, Jen non torna all’accademia
Wudan per completare il proprio addestramento, né decide infine di rimanere
con l’amato Lo scegliendo così l’amore. Interpreta invece a modo suo
le ultime parole, l’eredità che le lascia Shu Lien (“qualunque decisione
ti troverai a prendere, segui il tuo cuore”) e il suo ultimo atto resta
sospeso nel vuoto, nel fiume che porta via ogni cosa, sogni, scopi,
identità. La tentazione del lato oscuro
Ne La tigre e il dragone essa è tanto più perversa
perché mascherata da insegnamento: Jen fatica due volte di più perché
è stata mal guidata al principio. “Volpe di Giada” in questo senso compie
la rovina dell’allieva, ma anche la sua vendetta, perché la stessa maestra
che pensava di traviare l’allieva, allontanandola dalla retta via, in
cambio delle magiche formule rubate all’Accademia di Wudan che non può
leggere da sola perché analfabeta, viene invece a sua insaputa ingannata
dall’allieva, che usa a proprio vantaggio quelle formule senza condividerle
con la maestra. Così alla fine la stessa trappola diabolica si ritorce
contro di lei: “Il veleno peggiore è una bambina falsa e bugiarda” mormora
“Volpe di Giada” prima di morire, “Jen, la mia sola famiglia, il mio
solo nemico.” L’allievo che si trasforma in peggior nemico è il corollario
ai malefici insegnamenti dei maestri Sith: nella trilogia classica di
Guerre Stellari la prova vivente è Darth Vader, che alla fine
annienta l’Imperatore, suo maestro, e riprende il suo posto nel compimento
del percorso mitico dell’eroe Skywalker, suo figlio. I Sith sono una vera e propria impersonificazione del
Male nell’universo della Saga lucasiana, sono come gli orchi e i mostri
marini posti sul cammino dell’eroe, con lo scopo di distruggerlo; anche
il giovane Kenobi de La minaccia fantasma deve affrontare il
proprio personale demone lottando con Darth Maul. Come insegna tuttavia
Joseph Campbell, il vero nemico che l’eroe affronta nel duello con il
mostro o il drago in ultima istanza è il male all’interno, il sé stesso
oscuro che tenta continuamente di sopraffarlo. “La paura è la via al Lato Oscuro: la paura conduce all’ira,
l’ira all’odio, l’odio alla sofferenza”, il mantra recitato in continuazione
in Guerre Stellari è solo un simbolo di tutto quel percorso di
continue morti e continue rinascite spirituali che l’eroe deve compiere
in sé prima di giungere alla meta finale. La simbologia del combattimento
Nella visione orientale spesso invece dietro la parola
“combattimento” si nasconde un universo di significati, di riti e di
simboli: la sfida che pone di fronte all’altro i due contendenti, proprietari
dello spazio circostante con i loro soli corpi (niente macchine e spesso
neppure oggetti estranei, come pistole o armi varie), nasce come ultimo
e più nascosto contesto di un percorso che ha portato quelle due peculiari
figure infine ad incontrarsi per la resa finale dei conti.
Simboli dunque, come il ‘verde’ della spada di Li Mubai
e di Qui-Gon, come gli elementi naturali di cui si nutre il duello delle
donne-guerriero de La tigre e il dragone che sfruttano l’aria,
la sua leggerezza per volare sopra la materia greve di tetti e mura.
È la naturalezza, o meglio la “naturalità” degli elementi usati nei
duelli (i voli nell’aria e sopra l’acqua) a rendere meglio di tutto
la visione armoniosa del combattimento orientale, in cui il corpo umano
si foggia, si piega e si adatta a quanto lo circonda, divenendo parte
di esso e usandolo a proprio vantaggio. La grazia e la decisione della passeggiata sopra i verdi
arbusti dei boschi cinesi è paragonabile solo alla grazia ferina con
cui Darth Maul, l’oscuro e potente contendente dei due cavalieri Jedi
manovra la sua spada a doppia lama, simbolizzando con la sua figura
il fulcro del Duello dei Tre. Tutti quanti, i tre avversari de La minaccia fantasma,
Shu Lien, Jen e Li Mubai ne La tigre e il dragone regalano una
potente e mistica visione con il semplice esprimersi del proprio corpo,
che spesso nel combattimento intreccia vere e propri balli, figure volanti
e danzanti che rispecchiano una profonda comunione dell’individuo con
la propria anima, con lo stesso avversario e con l’ambiente circostante. Il simbolo ultimo di questi due percorsi filmici, delle vie chiare od oscure percorse all’interno di essi, del profondo universo nascosto nell’anima di ognuno, è la ricerca disperata e fervente dell’Armonia e della totale realizzazione di sé: l’uomo malvagio per distruggere, il saggio per condividere e conservare _ BIBLIOGRAFIA Joseph Campbell, L’eroe dai mille volti “Guerre Stellari” - saggi vari “La tigre e il dragone” - articolo da “Film Makers’
Magazine” |
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