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Il plauso della stampa italiana

a cura di Davide G. Canavero

La stampa del nostro paese, è noto, non sempre è stata tenera nei confronti di Lucas, specie negli anni dell'uscita dei Prequel, a causa di un settarismo snobistico. La Vendetta dei Sith, invece, è sembrata riscuotere un certo successo anche presso gli intellettuali e i Soloni della critica nostrana.
Ecco allora un breve collage di giudizi critici da parte di giornalisti italiani che nei confronti della saga non nutrono certo sentimenti di affetto e nostalgia tipici di un fan e che, tuttavia, plaudono a Episodio III al momento della sua uscita nel maggio 2005.



"La coerenza del nuovo episodio col progetto complessivo (narrativo, formale, simbolico) della saga salta agli occhi: anche se in parecchi hanno sottolineato l'aspetto più dark di questo a fronte dei precedenti, con relative ricadute censorie. Bisogna dire, tuttavia, che la sfumatina di nero riguarda l'aspetto 'diegetico' del film: i fatti narrati, insomma, non il modo di narrarli. Quando Anakin Skywalker va a sterminare gli apprendisti Jedi, per intenderci, fa gli occhi del cattivo e impugna la spada-laser; però - pietosa reticenza - un taglio di montaggio interviene prontamente a risparmiarci la visione della strage degli innocenti. Al contrario, è lunghissimo il duello finale tra Obi-Wan e il Cavaliere Jedi ormai adepto del Male. Il popolo degli appassionati sarà contento dell'ultimo atto. Come nelle degustazioni più ricercate, Lucas ha riservato il meglio per la fine." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 20 maggio 2005)

"E' il sesto e ultimo film della saga di George Lucas iniziata nel 1977 e non ancora finita: stanno lavorando a versioni in 3D di ciascun film e a una versione televisiva composta da 30 episodi di 30 minuti ciascuno, in parte dedicati a personaggi minori. Ne 'La vendetta dei Sith' massime novità: il Male sconfigge il Bene e vince, la repubblica si trasforma in un impero guidato da un capo autoritario, il film è interamente d'azione, composta da duelli alla spada-laser su mari di fuoco, di scontri umani e non umani. Di draghi, lucertoloni e piccoli animali con proboscide, di mezzi corazzati e aspre montagne. Divertente." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 20 maggio 2005)

"Alla luce delle dichiarazioni anti-Bush del regista, liberi tutti di dare alla sua mitografia un segno militante. Ma 'Star Wars' non sarebbe un film made in Usa se non lanciasse il suo messaggio accattivante, vivido e fragoroso. (...) Ma ciò che colpisce in prima battuta, è che un successo planetario di tali dimensioni sia impregnato di un pessimismo apocalittico. Sui personaggi che stanno sulla scena della politica e delle istituzioni, ma anche sui tanti fra noi pronti per denaro o sete di potere a partecipare alla svendita delle libertà. E se pensiamo che George Lucas ha ambientato le sue guerre stellari in una civiltà avanzatissima e scomparsa autodistruggendosi ('Star Wars' non lo dice, lo suggerisce), il mito suona come un campanello d'allarme. Come non provare un brivido di fronte alla didascalia iniziale che recita: 'Tanto tempo fa in una galassia lontana lontana'?" (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 20 maggio 2005)

"Siamo Jedi o Sith? Potrebbe avere una direzione progressista e trasmutante, insomma criminalmente bella, l'Impero, come pensava Eleonora Roosevelt firmando nel 1948 la Carta dei diritti dell'uomo e della donna. O si tratta solo di tetra incestuosa tirannia che si crogiola, settariamente, nel controllo, ad altri escluso, di una sacerdotale «parte oscura della forza», ovvero, per il momento, del petrolio? O dobbiamo sbarazzarci proprio di tutti, Yoda compreso? È una battaglia in corso. Sono Guerre stellari che ci riguardano molto da vicino. E in entrambi gli schieramenti ci sono Sith e Jedi. Ma il film, nato durante l'incubo nixoniano, va ancora più in là. «È fatto per chi non si rende conto che siamo sempre meno liberi - spiega il regista - e che l'Impero guadagna terreno. Con un tocco di speranza, però. Dark Vador (o Darth Vader) non è un mostro, o l'icona del male come sembrava. Anche lui si può redimere, come un padre che salva suo figlio, Vador Anakin, e che annullerà lui stesso. E finirà per ristabilire la Forza e per distruggere l'Imperatore, come raccontava l'antica profezia... George Lucas, con questo capolavoro di democrazia in progress, inverosimile ma plausibile, ci racconta, tra Thailandia e Etna in eruzione, Medio Oriente e nei meandri della Industrial Lights and Magic, lo scontro tra il cancelliere Palpatine e i cloni da una parte, e il consiglio degli Jedi dall'altra, e si focalizza sulla tragedia di Anakin Skywalker, che tradisce, per amore obliquo di una donna e del Potere, e sceglie il Male per tutti, e il nome e il ruolo di Darth Vader per sé (l'unto dal signore dei Sith). Il film doveva partecipare al concorso. Competitivo, è più incantato e consapevole, sulla fase, di quelli di Cronenberg e von Trier. Ci racconta e indica e deforma, nel suo sviluppo ormai completo, l'America da Kennedy a Bush in Uzbekistan. Aveva ragione Coppola, a chiedere per il suo amico, al cavaliere delle arti Gilles Jacob quel gesto di serietà estetica, il concorso agonistico. Ma nel covo dell'eccezione culturale, avrebbero trovato la «cosa», che è così dolce, così perversa, un po' troppo blasfema. I sudditi dell'Impero preferiscono compiacersi della propria volgarità ridendo di se stessi nello specchio di un film dal titolo simile, La battaglia nel cielo, del giovane e già così accademicamente rovinato Carlos Reygadas, messicano che sa di arte visiva e di Japon, di grazia e di disgrazia, ma crede che populismo e squallor-realismo ci destabilizzino dalle nostre ossessioni hollywoodiane. Eppure. Tra i quattro dei sei film della saga che Lucas ha diretto personalmente, questo Episodio III - La rivincita dei Sith è il pezzo del puzzle esteticamente, tecnologicamente, politicamente più riuscito e entusiasmante. Ricorda per lucidità e spietatezza di autocritica sulla democrazia e sul liberalismo, Nodo alla gola di Hitchcock. E in un momento come questo, circondati come siamo da Sith e da Darth Sididus, è salutare questo anello mancante tra una barbosa lezione umanitaria e uno scattante film di controcultura fantascientifica, ovvero un intrigo di «motion» e «emotion», girato con la tensione di Orson Welles, la leggerezza di Offenbach, la sicurezza di chi, come accadeva solo a Chaplin e Walt Disney, può permettersi qualunque esperimento, perché è riuscito a non dipendere mai da majors o audience". (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto')






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