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Elfi, wookiee e "fanboys"

di Roberto Rivera


     "Ho sentito di gente che era seriamente preoccupata di poter morire: prendevano le loro precauzioni per non finire sotto un camion prima dell'uscita di Episode I. È una motivazione fortissima per restare in vita".

     Così diceva Eric Cline, un fan di Star Wars, sul New Times Los Angeles. Stando a Salon Magazine, la devozione a Star Wars di Cline lo ha spinto a scrivere una sceneggiatura, intitolata Fanboys, su un gruppo di ragazzi del Midwest che portano un loro amico morente allo Skywalker Ranch perché possa vedere il film nel suo "santuario" prima di morire.

     Viviamo in un mondo secolarizzato e la gente trova la propria raison d’être dove capita. Ecco perché Star Wars è più di un film, e perché la gente è già in coda per la "prima" del 19 maggio di The Phantom Menace. A dispetto delle migliori intenzioni di George Lucas —lo hanno sentito dire "Non vorrei mai scoprire che viviamo in un mondo completamente secolarizzato nel quale l'intrattenimento viene scambiato per un qualche tipo di esperienza religiosa"— Star Wars ispira... ma sì, diciamolo: una devozione religiosa. Mentre molti di noi devono accettare un Dio che non hanno mai visto e un paradiso che non è di questa terra, Cline e i suoi fanboys possono guardare a un luogo preciso della California del Nord che dà loro una ragione per tirare avanti quando le loro vite non sembrano altrimenti degne d'esser vissute. Se questo vi sembra da eccentrici, tenete presente che ci sono ragioni emotive, culturali e spirituali che si nascondono dietro il fenomeno. Innanzitutto, mi sia consentito ammettere che mi identifico con Cline nella sua spasmodica attesa. Ho visto la Trilogia originale almeno trenta volte quando i film uscirono rispettivamente nel 1977, 1980 e 1983. Di più, ero presente a ogni "prima". Possiedo la Trilogia su laserdisc e l'ho guardata infinite volte a casa. Per dirla eufemisticamente, sono un invasato!
     Ma insomma, perché siamo così invasati? In parte bisogna pensare a tutto quello che Lucas è in grado di fare con l'odierna tecnologia degli effetti. Chi non era in circolazione nel 1977, e non ha accesso a una macchina del tempo, non può apprezzare in pieno il balzo tecnologico in avanti che Star Wars rappresentò: Star Wars non assomigliava nell'immagine e nel suono ad alcun film che chiunque avesse mai visto prima. Oltre a inventare gli effetti speciali che oggi diamo per scontati, Star Wars inaugurò il suono surround che si è poi fatto strada in tante case americane (e non solo, ndDC). The Phantom Menace continua la tradizione. Il film segna il debutto dell'ultima versione del suono cinematografico e sarà anche il primo film a impiegare le ultimissime tecniche di proiezione digitale.
     Ma tutta questa roba da uomini del XXI secolo non è il vero motivo per cui la gente fa di tutto per evitare i camion e si rifiuta di maneggiare oggetti taglienti da adesso al 19 maggio. Per parafrasare James Carville, "è la storia, stupido!". Nella sua intervista a Lucas su Time, Bill Moyers andava avanti usando parole come "mito", "racconti", "narrativa". Prima di poter capire gente come Cline e i suoi Fanboys dovete capire la nostra fame collettiva di storie epiche e d'ampio respiro come Star Wars. Mettiamola così, Star Wars per tanti giovani americani è la cosa più vicina a un mito che possono avere. Cos'è un "mito"? Per molti "mito" significa qualcosa che —semplicemente— non è vero. Le storie contenute nell'Iliade e nell'Odissea di Omero sono un esempio di questa idea di mito. Ma questa è una definizione impoverita; una che ci serve a spiegare perché la gente è così ansiosa per l'arrivo di The Phantom Menace.
     I miti sono storie che ci aiutano a dare senso alle nostre vite e al mondo che ci circonda. I racconti di Omero si adattano alla perfezione a questa definizione. Gli antichi greci facevano derivare la loro nozione di virtù e viltà dai personaggi di quella grande epopea. Che Achille e Odisseo fossero esistiti o meno era secondario. Quello che contava era ciò che essi avevano fatto, e che le maniere del pubblico si conformassero a quei modelli. Questo uso delle storie per trasmettere i valori e le credenze di una cultura non era limitato all'antica Grecia. Anche le grandi fedi bibliche, giudaismo e cristianesimo, le impiegarono, benché con l'aggiunta di un elemento cruciale, cioè che queste storie erano radicate nella Storia con la s maiuscola. Ciò che i giudei e i cristiani sanno del Dio che adorano —il Suo Amore, la Sua Giustizia, la Sua Misericordia— proviene essenzialmente dalle narrazioni contenute nella Sacra Scrittura.
     Queste narrazioni hanno fatto molto più che raccontarci di Dio: ci hanno anche raccontato di noi stessi e di come dovremmo vivere le nostre vite. Nel suo libro L'eclissi della cultura biblica, l'anziano Hans Frei, docente di teologia all'Università di Yale, spiegò come la gente si rendesse conto della relazione tra le storie bibliche e le loro vite. Sostenne che il mondo descritto in quelle storie era quello reale, e che "era compito del lettore adattarsi a quel mondo [...]. Doveva vedere la sua disposizione interiore, le sue azioni, passioni, la forma della sua stessa vita e quella degli eventi dell'epoca in cui viveva come figure di quel mondo narrato". In altre parole, le nostre vite avevano senso solo nel contesto di quelle storie.
     Questo uso della narrazione come mezzo primario per la trasmissione dei valori e delle credenze durò fino a poche centinaia di anni fa. Poi iniziò l'ascesa della moderna scienza. Gli scienziati ci insegnarono che l'unico modo in cui potevamo conoscere qualcosa era attraverso l'osservazione diretta. La narrazione, che per sua definizione non permette l'osservazione diretta, fu accantonata in favore di un modo più "scientifico" di spiegare il mondo che ci circonda: teoremi e ipotesi. Anche la Chiesa si adattò a questo cambiamento: sempre più la fede verté sull'accettare certi teoremi su Dio, piuttosto che sul vedere le nostre vite inserite nel contesto di un grande affresco che si dispiega nel tempo — ciò che i tedeschi chiamano Heilgeschichte, storia della Salvezza.
     Ma questo non ha cambiato il fatto che la gente ha bisogno di storie. Così, di tanto in tanto, vediamo una storia catturare l'immaginazione di milioni di persone in un modo che nessuno avrebbe saputo prevedere. Negli anni '60 fu The Lord of The Rings, di J.R.R. Tolkien. A prima vista una storia di elfi, trolls e maghi sembra alquanto improbabile come icona culturale, ma si consideri questo: nel 1965 uno studente universitario lasciò un messaggio scritto nel linguaggio elfico inventato da Tolkien per Lord of The Rings sui muri della metropolitana vicina alla Columbia University. Annunciava che il club di Tolkien si sarebbe radunato di fronte alla statua dell'Alma Mater della Columbia entro una settimana. Nonostante il tempo tipicamente gelido del febbraio newyorkese, sei ragazzi si presentarono in risposta ad un annuncio che non era nemmeno scritto in una lingua reale. Questo, signori, è il potere di una storia grandiosa. Ciò segnò l'inizio della "Lord of The Rings mania" che s'impadronì dell'immaginazione di una generazione. Non ci si poteva avvicinare a un campus americano negli anni '60 senza vedere adesivi da paraurti che proclamavano "Lunga vita a Frodo!" o "Visitate la Terra di Mezzo".
     Un decennio più tardi toccò a Star Wars. Come The Lord of The Rings anche Star Wars era diviso in tre parti; e la storia che raccontava era di quelle grandiose, piena di quei temi che avevano continuato a saltar fuori lungo tutto il corso della storia umana: il bene contrapposto al male, libertà e schiavitù, l'eterna lotta dei figli contro i padri e, alla fine, la storia della redenzione di un uomo. Lucas, come Tolkien, stava creando il suo mito; e come Lord of the Rings anche Star Wars era un mondo completo, aveva la sua storia, i suoi valori, persino il suo sistema di credenze: Tolkien aveva messo le profezie sui nove anelli, Lucas la "Forza". Entrambe erano il tipo di storie nelle quali la gente poteva immergersi, al punto da desiderare che la storia continuasse dopo che l'ultima pagina era stata girata. Dopo il capitolo finale della trilogia originale, Return of the Jedi, sono uscite decine e decine di romanzi che continuavano la storia laddove era stata interrotta; storie sulla restaurazione della Repubblica, sulle vite dei personaggi principali dopo quegli eventi, persino sulla vita di Han e Leia.
     Ora, prima che i fan di Tolkien mi impicchino, non intendo comparare i meriti letterari delle due opere, solo il loro effetto su generazioni affamate di narrazioni. Questo ci porta alla lezione che spero le Chiese prenderanno dalla Star Wars mania: se vogliono accattivarsi la gente devono mirare non solo alla mente e al cuore, ma anche all'immaginazione; quando si cattura quest'ultima è molto facile che il resto segua da sé. In altre parole, se si vogliono insegnare lezioni morali non c'è niente di meglio che un'ottima storia. Daniel Taylor, autore di The Healing Power of Stories (Il potere guarente delle storie, ndDC), ha capito questa verità: "Quando sono tentato —come spesso accade— di anteporre il mio tornaconto personale al bene comune —a casa mia o nella società— mi sento ben poco spinto da prescrizioni etiche astratte, e anzi attivamente incoraggiato all'egoismo da richiami di natura psicologica ai miei bisogni e diritti. Ma spesso mi sento bacchettato e spinto verso qualcosa che assomiglia alla preoccupazione per il prossimo quando ricordo una storia di tanto tempo fa su maghi e hobbit...".
     Ora, se questo è vero per Lord of the Rings, immaginate quanto più è vero per la più grande avventura cosmica in assoluto, quella di Dio che si mette in relazione con l'umanità, fino all'incarnazione del Figlio, Gesù Cristo. Questa storia ha edificato un'intera civiltà e ha ispirato un numero incalcolabile di esseri a sollevarsi al di sopra del proprio gretto egoismo. Il problema è che le Chiese hanno trascurato il racconto di questa storia in favore di affermazioni aride che ci lasciano freddi e annoiati.
     Tuttavia il discorso non si esaurisce nelle colpe della Chiesa. La nostra cultura è arrivata a considerare la storia cristiana irrilevante. Ma, così come la gente ha bisogno di storie, ha anche bisogno di qualcosa in cui credere; e una volta che si decide che non lo si trova nella religione organizzata, nello specifico in quella cristiana, allora si vive la propria esperienza dove capita, e per molti questo significa al cinema. Il che ci riporta alla citazione di Lucas con cui abbiamo iniziato. Vedete, nelle parole di Lucas stesso scorgiamo l'atteggiamento culturale che porterebbe alla Chiesa di Sant'Anakin. Dice a Moyers di essere d'accordo con l'idea che "una religione vale l'altra" e descrive la religione "un contenitore di fede", che per Lucas e per molti americani è un concetto psicologico —ciò che "ci permette di rimanere saldi, equilibrati"— più che qualcosa che sappiamo essere vero.
     Se le cose stanno così, non c'è da stupirsi che la gente voglia fare pellegrinaggi nella contea Marin. Se una religione vale l'altra e tutto ciò di cui una fede ha bisogno è fare da "contenitore" allora... perché non Star Wars? Ha molti punti a favore: come il cristianesimo, ha una grande storia narrata, ma a differenza del cristianesimo non devi svegliarti la domenica mattina, le richieste morali non sono così severe e, come Cline ci dice, il suo paradiso si può trovare facilmente sulla cartina. Il problema è che, dopo essersi messi in coda per il film, aver mandato a memoria tutto il dialogo e aver fatto il pellegrinaggio allo Skywalker Ranch cos'altro si deve mostrare in suo nome? E, il cielo ci perdoni, cosa succederebbe se The Phantom Menace dovesse deludere? Qual è il "piano di riserva"? Dopotutto, è pur sempre solo un film.
     E rimane ancora da verificare se Star Wars ispirerà mai il tipo di testimonianza che Taylor attribuiva a Lord of the Rings — men che meno l'approvazione che un numero incalcolabile di persone possono dare al potere della storia cristiana. Tuttavia non mi vedrete additare Cline, i suoi Fanboys, o nessuno di coloro che già fanno la fila per la prima del 19 maggio. Non sono nella posizione di biasimare nessuno per l'attaccamento a quelle grandi storie delle quali tutti abbiamo bisogno. Infatti, a ben pensarci, è ora che anch'io raggiunga gli altri in fila.

     traduzione di Davide Canavero






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