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La favola del folle – parte seconda

La favola del folle

Niccolò “Oliner Toljens” Piccinni

Parte seconda

Corsi verso l’hangar principale dove il Capitano Renold Finx stava finendo il giro di appello. Per strada incontrai anche Deela. Mi fermò afferrandomi per il braccio e sorridendomi mi disse: – Dove vai Anil? Non vorrai fuggire? Fuggi troppo spesso! Non mi hai ancora dedicato quell’istante! Ricordi? -
- Ah sì… sì… certo… ma ora devo andare Deela! Ci vediamo dopo…-, dissi con voce tremante per la fretta. Lei mi sorrise, ma notai nel suo sorriso, un tono spento, una sfumatura di stanchezza e di indecisione.
Che cos’ha? Perché non ha più lo steso sorriso?…baah! Ma che m’importa? Ho affari più importanti ora che preoccuparmi di cosa pensa o di cosa prova Deela!
Corsi verso Finx, già lo vedevo da lontano. Come mi vide arrivare smise di diteggiare sul datapad e mi guardò con occhi socchiusi.
- Cosa vuoi Tul-Dedraal? -, tagliò corto Finx squadrando la mia eccitazione che fuoriusciva da ogni centimetro del mio corpo.
- Ho sentito che la base si sta preparando per un attacco terrestre! Devo… voglio partecipare capitano! -
- Mi dispiace Dedraal, non posso accontentarti… -
- Come?… perché? Perché non posso darvi una… una mano? Sono qui apposta! E poi sono sicuro che avete bisogno di soldati! Lei mi conosce Capitano! Conosce le mie capacità… sa che sono in gamba! Mi conosce! – - Proprio per questo Deedral, non voglio e non posso accontentarti! E poi sei appena uscito da quel tuo trauma… non posso, fila via ora, ho da fare… –
- No Capitano! -, lo presi per il braccio e strinsi forte, mostrano le nocche bianche delle dita. Il capitano passò lo sguardo dai miei occhi decisi e fieri alla mia mano forte e resistente. E sana. – Vede… vede come sono guarito?! Potrei stritolare un braccio di metallo Capitano! Avanti…! Mi dia… mi dia una possibilità io devo, voglio, devo diventare… -
Mi fermai. Lui non poteva capire. Non poteva raggiungere i miei sogni. Era solo un ufficiale fissato di tattiche e di guerra e di armi. I sogni di un giovane promettente non gli interessavano, non lo scalfivano minimamente. Ce ne erano fin troppi in quella base, come me. O almeno questo è quello che pensava Finx. Io ero sicuro, ero certo, di essere l’unico potenziale eroe fra tutti i giovani della base! E per questo strinsi più forte il braccio di Finx. E poi era il mio rivale. Non potevo dichiarargli le mie ambizioni. Non potevo.
In quell’istante passò lì vicino il Generale Rieekan. Il generale, l’autorità più grande. Guardò la piccola scenetta e si avvicinò a Finx.
- Qualche problema Capitano? -
- No signor Generale… nessun problema. Questo ragazzo vuole arruolarsi. Ma io non voglio che si arruoli. -
- E per quale motivo? Sembra in forze… e vedo decisione nei suoi occhi… e speranza! Questi ragazzi sono l’anima dell’Alleanza, Capitano… non crede?-
- Sì! Dice il giusto, Generale! -, intervenni io sorridendo a Rieekan, -…sento il bisogno di aiutare l’Alleanza…dentro di me! Lo sento, è sempre più forte… sta… sta per scoppiare! E’ mio dovere proteggere questa base dagli imperiali! Lo sento!-
- Come ti chiami ragazzo? -
- Anil Tul-Dedraal! -, dissi io continuando a sorridere speranzoso.
Tutti e due posammo lo sguardo su Finx. In attesa di vedere la sua reazione.
- Ma veramente Generale… io… lui è appena uscito da… insomma, non credo sia… -, vidi la sua sconfitta luccicare nei suoi occhi, – ...d’accordo. Firma qui Dedraal. -
Mi porse un foglio colmo di firme, esultai, urlando e stringendo poderosamente la mano del Generale Rieekan e trasmettendogli la mia eccitazione. Dopo aver firmato lanciai un’ultima occhiata a Finx.

Questa volta ho vinto io, Finx...”, mi girai e mi ritrovai di fronte Rieekan che mi guardava in modo strano. Il mio sorriso si spense piano. Inclinai la testa e provai a sorridere di nuovo. Il generale non ricambiò il sorriso, mi guardò con quella sua aria torva e quasi leggendomi nel pensiero mi disse lasciando gli occhi fissi sui miei,
- L’Alleanza ha bisogno di uomini, Anil… non di eroi. -
Allora mi sorrise, lasciandomi scosso, immobile con lo sguardo vacuo. Dannazione. Mi aveva letto nella mente e mi aveva paralizzato. Aveva colto quel sogno. E l’aveva infranto, in apparenza. “Vengono prima gli uomini degli eroi”. “L’alleanza ha bisogno di uomini, non di eroi”.
Quella saggezza mi paralizzò.
Prima di andarsene, il generale mi diede una pacca sulla spalla e passeggiò via.
Ebbi la sensazione di essere osservato, così mi voltai e scoprii il Capitano Finx che sogghignava a testa bassa mentre faceva firmare un altro ragazzo.
Ebbi la sensazione di essere deriso, così gli lanciai un’occhiata carica di disprezzo. Non ero certo che ridesse per me, ma quella sua risata, in quell’istante di sconfitta, della mia sconfitta, mi fece rabbia, molta rabbia e mi bastò per considerarla un’offesa.
Fui pieno di ira e di rancore.
Perché un’altra volta aveva vinto lui. Lui mi aveva battuto, implicitamente, sogghignando, aveva vinto anche questa sfida.
Mi allontanai dall’hangar principale a testa bassa, la rabbia mi devastava le mani, le strinsi a pugno e avanzai. Incontrai ancora Deela, e allora, pieno di rabbia neanche la guardai, o finsi di non guardarla. Lei mi seguì e mi posò una mano sulla spalla.
- Dove vai Anil? Fuggi anc… -, la bloccai duramente con la mia voce imponente
- Si, sto fuggendo e tu mi stai ostacolando. -
Non dissi null’altro, continuai la mia veloce camminata ignorando gli occhi di Deela e facendo rimbalzare gli stivali sul pavimento. Rintoccando la mia avanzata con passi pesanti e soppesati, mi allontanai da Deela.

Il giorno dopo mi ritrovavo nell’hangar principale.
Ero immobile, vestito e armato. Ero in prima linea, io avevo fatto richiesta di esserlo.
Davanti a me vedevo il portellone di ferro che mi separava dal bianco e dal freddo, quel bianco che mi aveva confuso, quel freddo che mi aveva quasi ammazzato.
Ma presto le cose sarebbero cambiate. Fra pochi minuti quei due antichi Signori mi avrebbero innalzato, con terrificante regalità, e sfiorandomi le labbra mi avrebbero eletto “eroe”. Il Bianco e il Freddo. I due signori del mio destino.
Le porte si aprirono e allora, come un flash, mi bloccò un pensiero. Sciocco. Dannazione se era sciocco!
Ancora adesso non capisco perché quel pensiero.
Quel nome. Deela.
Pensai a Deela!
Le porte si aprirono e scacciai quell’assurdo, inutile pensiero.
E piano una luce biancastra invase i nostri occhi. Una lama sottile, verticale che lentamente si apriva e si allargava.
Ecco, la luce… il bianco! Camminammo fuori, con passo deciso, superammo il portellone ed uscimmo dall’hangar, lasciandoci dietro ogni preoccupazione. Io, che non avevo che la preoccupazione di non diventare eroe, lasciai nell’hangar ogni assurdo pensiero e ogni filmato di me incoronato eroe. Non dovevo ancora esultare, ma mi era assai difficile non farlo.
Una volta fuori attraversammo una prima distesa di neve e raggiungemmo il crinale nord, colle pallido che fra breve sarebbe stato teatro della battaglia, della carneficina più devastante che l’Alleanza Ribelle abbia mai vissuto.
Solo che noi non lo sapevamo.
Io non lo sapevo.
Come… come potevo saperlo?
Credevo che gli eroi potessero sfuggire alla morte…pensavo che anche io ce l’avrei fatta, perché ero il più bravo, ero il più forte! Ero il più grande fra tutti! Ma mi sbagliavo…credevo di essere “divino”…ma mi sbagliavo.
Gli eroi sono solo uomini.
Niente di più.

Ci armammo, lentamente a ritmo di antiche canzoni, posando i nostri fucili sui bordi delle trincee che noi, con le nostre mani, le nostre dolcissime mani! avevamo scavato. Caricammo i nostri blaster, accertandoci delle funzionalità dei comlink e delle tute. E aspettammo. Rimanemmo fermi, in attesa. I Pensieri ti assalgono, quando sei lì. Un attimo prima del disastro, un attimo prima della battaglia, che tu non sai che sarà un disastro. La credi una battaglia, un’altra battaglia. Solo una battaglia. Io solo un’occasione per essere eroe. Ma…in fondo…io…cosa chiedevo? Di dimostrare le mie capacità! Chiedevo di far risaltare il mio essere, di innalzarlo!! Tutto qua!
Il mio desiderio si sarebbe realizzato. Crudelmente, sotto i miei stupidi e insolenti occhi. Mi sarei rivelato, per quello che realmente ero.
La verità, la realtà, si sarebbe manifestata crudelmente sotto i miei stupiti e insolenti occhi. E prima che scoppiasse la battaglia, adesso che sono nel buio posso ammetterlo… ebbi paura. Non so quanto aspettai. Il tempo passava talmente lento che dovetti smettere di contare i secondi. Non so neanche perché mi misi a contarli.
Finx era accanto a me, immerso nella neve, tra fucili e paura. Paura che aleggiava fra di noi. Ognuno ne emetteva una minima dose. Finx fissava lo sfondo bianco con un macrobinocolo.
Improvvisamente, un urlo.

- QUADRUPODI IMPERIALI SUL CRINALE NOOOOORD! -

E allora, avemmo tutti il tempo di sospirare, di chiudere gli occhi o di sorridere come me -stupido e insolente- che un colpo di laser vibrò nell’aria carica di paura e si infranse sulla parete della trincea. Una serie di urli, e ognuno di noi uscì a turno, mostrando solo le braccia e il fucile. Sparammo un colpo, ciechi, verso il bianco. Il cielo era limpido, azzurro. Sopra di noi sentimmo sfrecciare i caccia della neve, gli snowspedeer. Alzai gli occhi e li vidi allontanarsi verso i quadrupedi, bestie enormi dalle quattro zampe di ferro e la testa e la bocca armate di fucili.
Sentimmo lontani odore e rumori di spari. Sporsi la testa, sbirciai fra il bianco e notai dei grossi punti grigi avanzare lentamente verso di noi. I cannoni alle nostre spalle erano armati e pronti a sparare. Con una simile difesa alle spalle, la paura mi abbandonò, ed io potei sporgere il busto e sparare una raffica, così, nel bianco, inutilmente. Finx mi guardò con occhi severi e mi disse:
- Smettila di sparare! Non vedi che sono troppo distanti?! Neanche i cannoni riescono a raggiungerli! -
Annuii, e mi sottomisi alla sua autorità. L’euforia mi aveva posseduto, mi aveva catturato e mi aveva fatto sparare. Se esisteva una dea dell’Euforia, sperai che Essa mi proteggesse e mi curasse nei momenti più cupi.
Ma ora che sono nel buio, posso ammettere facilmente che Essa mi abbandonò subito.
D’un tratto una comunicazione ci fece sobbalzare, tanta era la tensione nei nostri cuori. Una comunicazione che veniva direttamente dal centro di comando:
-bzzz… teneteli occupati… resistete finché potete mentre i trasporti lasciano Hoth… bzz… -
In altre parole: morite mentre noi ci salviamo.
Mi sentii offeso, tremendamente, profondamente offeso. Come potevano farci questo!? No! Io…io non dovevo, non potevo morire! Io dovevo essere un eroe!
E mentre pensavo a questo, sconcertato e indignato, neanche mi accorgevo che il nostro ruolo sarebbe stato il più eroico di tutti. Morire per salvare altri. Cosa c’è di più eroico che sacrificare la propria vita per quella di qualcun altro?
Ma io ero cieco, fissato. Perso. E volevo diventare un eroe. A tutti costi. Come Han Solo. Solo a questo pensavo.
Dopo brevi istanti un’altra raffica di colpi vibrarono nell’aria e colorarono il cielo limpido e azzurro di verde. Un verde terribile, fuggiasco e letale. Questa volta i colpi laser colpirono una fila di soldati che si erano appena sporsi. Li guardai ardersi, per un istante, una fiammata verde li avvolse e non vidi più i loro occhi aprirsi. Portai il mio sguardo spalancato sul mio fucile. Lo ritrassi e mi appoggiai sulla parete della trincea. Quella visione mi aveva bloccato, mi aveva paralizzato. Mi aveva ucciso. E ciò che mi rimaneva in quel momento, era solo la mia paura.
Sentivo Finx urlare, e comandare…e i rumori dei passi dei quadrupedi farsi più forti.
Ero lì. In quella trincea. Ma era come se non ci fossi. I miei compagni si impegnavano, sparavano, si ritiravano, si sporgevano socchiudevano gli occhi e li riaprivano.
I loro occhi. Non erano come i miei. Li vidi. Erano lucidi, ma precisi, svegli, coscienti, consapevoli. I miei erano spalancati, increduli, indecisi, allucinati. Assenti.
Mi rannicchiai, abbandonando il fucile. Nessuno mi notò. Mi sentivo così piccolo e insignificante che credetti di essere diventato tutto bianco. Ero confuso nella neve. Confuso nella mente e nel corpo. Cominciavo lentamente a sentire il freddo entrarmi nella pelle.
Una regola importante. Mai smettere di combattere. Se pensi sei fottuto. Il freddo ti prende e non ti molla più. Non riesci più a scrollartelo di dosso. Se lasci che la mente ragioni e capisca che il corpo ha freddo, sei fregato.
Ed io cominciavo a sentirmi fregato in quella neve e in quel bianco e in quel freddo. Quei due signori che dovevano eleggermi Eroe, mi stavano condannando ad una fine orribile e ignobile. Mi alzai, socchiudendo gli occhi. Guardai ancora i miei compagni. Loro morivano, combattevano contro un nemico che io neanche guardavo. Mi sentii schifato, io mi facevo schifo. Peggio…peggio di quando avevo insultato Han Solo. Molto peggio. Ripresi il fucile in mano e mi sporsi. Mi decisi.
Ma quando alzai gli occhi sui quadrupedi e li vidi nella loro imponenza, vicini, così vicini…tutto si fermò. Tutto si bloccò, Finx a bocca aperta con la mano spianata, i miei compagni con le mani ferme, gli occhi socchiusi, il fuoco paralizzato, cristallizzato in un momento, immerso nel bianco. Solo loro, solo i camminatori si muovevano.
Questa fu l’immagine più terribile che ebbi in tutta la battaglia.
Li vidi sputare fiamme e laser. Fiamme e laser in direzione di Finx. Del Capitano Finx.
Un istante. Gesto istintivo. Non so neanche io come feci. Perché lo feci. Ma fatto sta che mi gettai contro Finx e lo buttai a terra, prima che i laser lo colpissero.
I colpi ci sfiorarono e si infransero sui nostri cannoni, dietro di noi. Un’esplosione lancinante mi distrusse le orecchie, le devastò. Non so neanche se urlai. Chiusi gli occhi, sì, questo me lo ricordo e mi abbandonai al rumore assordante.
Quando li riaprii mi ritrovai nel bianco. Un fumo nero esalato da un rottame di cannone, colorava una folta scia. Spostai gli occhi a destra e scoprii uno scenario devastato di morte e fuoco. Vi erano rottami dappertutto, era difficile distinguere il metallo in fiamme dalla carne corrosa e fumosa. Il fischio nell’orecchio si affievolì appena, lo sostituì un coro di raccapriccianti urla. I miei compagni erano morti, sconfitti, uccisi, pitturati di sangue e coperti di latta. Vidi un mio vecchio compagno, credo si chiamasse Zaadra, appoggiato alla parete della trincea, la bocca spalancata, priva di suoni, il volto coperto di sangue e le mani, disperatamente tremanti posate sulla coscia grondante di fresco sangue. La carne era spruzzata via come fosse esplosa, la gamba dal ginocchio in giù non esisteva più. Mi voltai e vidi Finx, sotto di me, con gli occhi spalancati, e mi guardava…mi guardava in silenzio.
Era vivo… forse… non lo sapevo… era sporco di sangue e fumo, ma forse era ancora vivo. Io… io… era come se non esistessi più!
Non provavo più niente, non sentivo più niente. Emozioni, tatto, olfatto, udito, dolore…niente. Un sottile, continuo fischio ininterrotto mi trapanava le orecchie. Mi alzai, boccheggiando e barcollando. Osservavo immobile, confuso, scosso allucinato tutto attorno a me. Dovunque mi voltassi, tutto attorno a me erano morti e latta. Poi, lontani come fossero echi rimbombanti, sentii i passi degli AT-AT. Sorrisi. Perché lo feci…ancora adesso non lo so. Forse ero talmente disperato che confusi il sorriso con il pianto, o forse, semplicemente, sapevo che presto sarei morto.
Ma non era così. Dentro di me, tutto era sconvolto, devastato, come il volto grondante di sangue e di carne morta di un mio compagno disteso ai miei piedi. Dentro di me, una bomba era esplosa come la gamba di Zaadra, e aveva sporcato la mia anima di sangue. Quel sangue era rimasto grondante nella mia anima, i miei sogni erano stati sconvolti da quel sangue e da quel sangue e da quel sangue…
Io ero morto.

Non ricordo cosa pensai, da qui in poi interpreterò i fatti secondo pura supposizione. Restai in piedi mentre i Camminatori continuavano ad avanzare, il cannone ionico aveva già sparato diversi colpi. Ciò significava che i trasporti erano quasi tutti partiti. Ma ovviamente, questo pensiero non mi sfiorò minimamente. Ero occupato col sangue, io.
Finx mi vide….forse era Finx…non ricordo…forse qualcun altro…ma egli mi urlò qualcosa, qualcosa che non capii. Sentivo solo quel continuo fischio penetrante. Ero diventato sordo. Quell’uomo…indicava il mio fianco. Abbassai gli occhi, incerto, scoraggiato e vidi il fianco. La tuta antigelo, in quel punto, era rossa. Un rosso scuro, cupo. Un’ombra.
Vi appoggiai la mano, vi intinsi le dita e vidi che era sangue. Sangue. Aprii gli occhi, spalancai la bocca, terrorizzato vedendo il mio fianco trafitto da un paletto di ferro, all’altezza del fegato. Finx o chiunque fosse mi urlava di tacere, ma io ormai ero sordo a qualsiasi parola. Mi alzai di fretta, mentre egli tentava di bloccarmi, uscii dalla trincea, disperato, le lacrime agli occhi, forse piangevo. Ero scappato via, Finx o chiunque fosse non mi aveva inseguito, egli era rimasto incatenato, magicamente, stupidamente, inconsciamente nella trincea, sconvolta dal sangue e dal ferro. O almeno questo penso…questo suppongo…forse quell’uomo non era mai esistito ed era già la mia pazzia a dilaniarmi la ragione e il senno. Comunque siano andate le cose, riuscii a fuggire dalla trincea giusto in tempo.
I camminatori erano ora vicinissimi, li vedevo imponenti, dal basso verso l’alto. La loro struttura così rigida e squadrata, il colore spento, grigiastro…così morto.
Già. Non era la morte. No. Non lo era. Ma ci andava molto vicino.
A quel punto sentii il freddo attanagliarmi il fianco ferito. Feci ancora qualche passo, i rumori si attenuavano sempre più e con esso il fischio. Non sentivo quasi più niente.
Avanzavo lentamente, come un fantasma, nel pallido mattino, nella neve. Non sentivo neanche più quel fastidioso sfrigolare dei fiocchi sotto i miei piedi assenti. Leggeri. Una fitta. Penetrante.
Mi paralizzò.
Strizzai gli occhi per allontanare il dolore mentre il sangue scivolava sul paletto di ferro e gocciolava giù colorando la neve e trasformando il bianco in rosso.
Caddi a terra, le ginocchia immerse nella neve. Sentii dietro di me Finx, o chiunque fosse, che urlava, disperato. In seguito un forte boato, poi, il bianco assoluto.
Quando rinvenni ero frastornato, un poco stanco. Mi ritrovai in una calda tenda, ordinata e ben tenuta. Mi guardai intorno, confuso. Accanto a me era seduta la donna di nome Deela. Mi guardava. Le ricambiai lo sguardo, ma non con la stessa intensità. Uno sguardo neutro, sottile, privo di significato. La guardai. I miei occhi erano privi di quella cosa chiamata lucidità. Lei se ne accorse, forse, ma cercò di ignorarlo. La vidi abbassare gli occhi e alzare con le mani una spessa sbarra di ferro, non più grande di un avambraccio. Ebbi una strana sensazione. Scesi giù con lo sguardo fino al mio fianco, non so neanche io perché lo feci. Fu istintivo. Avevo la vita avvolta da una candida benda bianca, e una chiazza rossastra risaltava sul fianco destro. Sangue? Mi toccai il fianco, ma non sentii dolore.
- Stai bene ora, Anil. Sei al sicuro. -
Mi sorrise ancora. Non capivo perché continuasse a sorridere.
- Ti ho estratto questa sbarra e ti ho curato. Deliravi… e urlavi. Sai… mi hai quasi fatto paura!… -
Mi guardò negli occhi, e rimase in silenzio. Forse aveva trovato qualcosa. Nei miei occhi, c’era qualcosa che non andava. Qualcosa di oscuro e terribile.
La osservai, mentre rialzava la testa. Quei capelli così pallidi, quel viso bianco, delicato, dolce. E quegli occhi languidi, azzurri, un po’ lucidi e sfuggenti.
Mi sedetti sul letto e la guardai ancora. Perché continuava a fissarmi e mi rivolgeva quel sorriso?
Per fortuna quel suo strano ghigno scomparve dal suo volto. Sospirai in silenzio. Lei abbassò la testa.
- Deliravi. Dicevi…parlavi di un non so cosa…di…diventare un eroe. -
Alzai lo sguardo. Aveva detto la parola magica. La parola che mi risvegliò dal torpore. Eroe. Questa volta fui io a fissarla, gli occhi illuminati, spalancati, le pupille dilatate. Le orecchie aperte, pronte a cogliere ogni sospiro, ogni fremito.
- Ti ho…ti ho ritrovato vicino alla trincea sul crinale nord. Eri disteso a terra. Anil…devo…devo dirti una cosa terribile…sei…sei l’unico ad esserti salvato del tuo reggimento, Anil….mi dispiace! Tutti: Zaadra, Fool, Joltens…il capitano Renold Finx… -
- Finx? -
Dissi a bassa voce strizzando lievemente gli occhi. Finx. Mi ripetei quel nome… mi diceva qualcosa… qualcosa…
Finx…Finx! Certo! Eroe…dovevo essere un eroe! L’ho salvato!Finx! Sì, ce l’ho fatta! L’ho salvato io quando i camminatori avevano provato a sparargli! Ora ricordo! Finx! Sì! Io lo avevo sottratto al fuoco nemico, e lo avevo salvato! Ero un eroe. Finalmente. Io, un eroe! Ce l’avevo fatta. Ero un eroe.
Ma prima dovevo vedere Finx! Dovevo dirglielo, dovevo parlargli, doveva ammettere, doveva parlare…doveva confermare! Già…confermare…lui solo poteva confermare il fatto che fossi un vero eroe, come Han Solo e Luke SKywalker!
Sì…lui…lui soltanto. Lui soltanto.
E’ la mia salvezza.
- Dov’è Finx? Finx…devo parlargli, perché lui deve parlarvi…lui sa che l’ho salvato… -
- Oh.. Anil… io.. credo.. proprio.. che sia morto.. -
- Morto? -

Morto?

Morto?

Lui non può essere morto! Lui non deve essere morto! Lui è la mia salvezza! Lui sa che sono un eroe, lui solo lo sa! Lui soltanto può confermare! Io…io gli ho slavato la vita, contro l’Impero! L’ho sottratto al fuoco dei camminatori, poteva morire, ma io l’ho salvato, me lo ricordo, ero lì…io…l’ho visto, c’ero!
E poi dopo…lui mi ha indicato il fianco ferito! Sì! Ora ricordo! Mi ricordo quella sbarra di ferro! E’ il paletto! Finx! Finx mi avevo indicato il fianco ferito! Era vivo! Doveva essere vivo!
Non può essere morto…non è morto….lui non è morto! No! Non deve! La mia vita…la salvezza…la mia vita non ha senso! La mia salvezza…io…io sono un eroe! Dannazione sono un eroe! Sono un Eroe!
Dov’è Finx?
- Dov’è Finx? -
- Anil... -
Deela era strana. Avevo uno sguardo strano. Mi guardava in modo strano, come fossi un mostro, come fossi…pazzo.
Mi guardò e nei suoi occhi vidi paura e incertezza, ma non ne sono sicuro. In quell’istante pensavo solo a Finx! Dov’è Finx? Lui solo può salvarmi! Lui solo!
Dov’è Finx? Lui è l’unico! Lui è il solo!
- Dov’è Finx? -
Deela si alzò, una leggera velatura di lacrime gli copriva gli occhi, scuoteva la testa, sembrava sconvolta. Strizzò gli occhi e allora vidi quelle lacrime cadere. Poi la vidi uscire dalla tenda, le mani sugli occhi. Scappò fuori dalla tenda, è come se rivivessi quell’istante! Lei esce…scappa…-da chi?-…è…troppo…veloce! Non riesco…a prenderla…
Uscii anche io, tentai di raggiungerla. Uscii…ma non la fermai. Non dissi nulla, non feci nulla.
Immobile. Rimasi immobile.
Lei si fermò. Da sola. Senza che la fermassi.
Immobile, rimasi immobile.
Si girò e mi guardò lacrimando silenziosamente.
- Cosa…cos’hai?… perché non ti capisco? Perché? Cos’hai? -
Ero fermo, gli occhi completamente aperti alla neve che cadeva, lenta e candida. Troppo candida.
Rimasi fermo. Cosa potevo dirle?
Lei continuò a parlarmi…

Parte prima

Parte terza

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